La denuncia viene da “Letture”, che dedica l’editoriale del prossimo numero (novembre ’98) ad un bilancio della funzione del critico letterario in una società che sembra leggere sempre di meno. I media, negli spazi che dedicano alla cultura – è la denuncia del mensile dei Paolini – non hanno una “politica” culturale, ossia “un progetto forte da proporre ai lettori; progetto che non sia il titillamento della curiosità spicciola, dell’informazione superficiale, della stupefazione a buon mercato”. Si legge poco, scrive Luciano Gramigna, “perché s’è intorbidito il concetto di lettura”: il processo in atto, in altre parole, è quello della “svalorizzazione della lettura come atto vitale”. Leggere su uno schermo di computer, obietta l’autore dell’articolo, non è la stessa cosa di “percorrere con gli occhi una pagina stampata, voltarla, magari tornare indietro”. Le cosiddette pagine culturali, continua Gramigna, “hanno subìto una schiacciante omologazione, sono diventate spesso tributarie del vitello d’oro della spettacolarizzazione, vale a dire: ridurre la letteratura a ‘talk show'”. Una delle “varianti perverse” della globalizzazione, conclude l’autore dell’articolo, è stata la “minimalizzazione” del senso della cultura: “Lo sforzo di condurla finalmente al livello più basso comune”. Gli stessi lettori, rivela infine un sondaggio commissionato dalla rivista, sono “disorientati” di fronte alle proposte culturali degli organi di informazione, che “sembrano non riuscire ad esprimere una guida critica alla lettura”: solo il 10 per cento dei lettori italiani, infatti, sa indicare un nome di un autore recensore dei libri e solo un 15 per cento se ne lascia influenzare nell’acquisto di libri.