Lo ha detto mons. Domenico Sigalini, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, concludendo i lavori del convegno su “L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi oggi”, svoltosi nei giorni scorsi a Brescia per iniziativa del Centro di Orientamento Pastorale (Cop). Il soggetto della pastorale giovanile, ha sottolineato il relatore, è la comunità credente, che “è chiamata a scommettere sui giovani, non li affitta a nessuno, si decentra verso di loro e li aiuta in tutte le sue componenti a fare cammini di crescita nella fede”. L’iniziazione cristiana, in particolare, deve articolarsi in un progetto, e non va delegata soltanto all’Ufficio catechistico. Quest’ultimo, infatti, per Sigalini “può fare da gruppo trainante, ma è assolutamente necessario creare convergenza sul fanciullo e sul ragazzo da parte di tutte le altre forze educative della comunità cristiana e civile”. Per questo, secondo il relatore, è urgente “cambiare vocabolario”, elaborando un progetto che si articoli su tre livelli: nazionale, diocesano e parrocchiale. Tale progettualità, ha precisato Sigalini, “deve avere il coraggio di offrire un’identità più precisa all’iniziazione cristiana, senza annacquamenti o irrigidimenti”. In particolare, ha affermato il relatore, occorre “fare un censimento” degli educatori disposti a seguire i ragazzi, “sia nell’ambiente ecclesiale che nell’ambito civile”: genitori, responsabili di associazioni, animatori dei gruppi parrocchiali, insegnanti, missionari. Tutto ciò, ha concluso Sigalini, “per fare del gruppo formativo un crocevia di attività educative”, andando oltre il classico gruppo parrocchiale o associativo.