Il linguaggio politico attuale, “più grossolano, ma molto più diretto”, “pieno di improperi contro gli avversari, battute, espressioni gergali”, è stato influenzato anche dal linguaggio delle assemblee sessantottine. A sostenerlo è Claudio Marazzini, docente di storia della lingua italiana presso l’Università del Piemonte orientale, in un articolo che apparirà nel prossimo numero di “Famiglia oggi”. Marazzini invita al recupero di uno stile linguistico elevato. Il linguaggio del ’68, osserva, “creò il proprio codice retorico all’insegna della nettezza e della contrarietà, cioè della diversità rispetto alla norma”. Marazzini elenca termini che venivano usati di frequente, come “nemico di classe, padrone, borghese, il sistema, l’imperialismo delle multinazionali, la dialettica, lo scontro o lotta di classe” e una connotazione del linguaggio fortemente aggressiva. Marazzini ritrova analogie nel linguaggio giovanile degli anni ’80, ma anche nello stile politico odierno, “liberato dalla terminologia marxista, considerata obsoleta e cacciata tra i ferri vecchi” ma ancora incapace di rinunciare ad una “colloquialità più bassa”. A questo proposito Marazzini cita l’esempio della “aggressiva popolarità” di Umberto Bossi e della “proverbiosità contadina” di Antonio Di Pietro. “Sicuramente – sostiene lo studioso – si può dire che il linguaggio pubblico italiano ha perso in trent’anni molto del timore reverenziale nei confronti della lingua, della logica e della retorica tradizionale”, anche se il ’68 è stato solo “un momento all’interno di un processo molto più ampio di liberazione dalle vecchie regole e dalle remore antiche”. La proposta di Marazzini è quella di “un recupero generalizzato dello stile alto, senza rinunciare per questo alla chiarezza”.