NOTA SETTIMANALE SIR.

Pubblichiamo la nota Sir di questa settimana. “L’ottanta per cento della gente è alla miseria”. Lo ha dichiarato il generale Lebed, uno dei protagonisti della politica russa, anche se ora nella posizione defilata di governatore di Krasnojarsk. E forse pecca di ottimismo. Al di là delle cifre, in realtà è una crisi radicale di sfiducia quella che investe lo sterminato Paese. E’ una radicale crisi di identità, ancora una volta illustrata e denunciata da Aleksandr Solzenicyn, sempre più isolato e solo nel suo lucidissimo e radicale pessimismo.Dal punto di vista politico si capisce come quello che resti sia una miscela esplosiva nazional-comunista, già denunciata dagli osservatori più lungimiranti. Non è certo un fatto nuovo. Essa si era già profilata nella crisi balcanica, senza che gli “occidentali” fossero in grado di elaborare convincenti risposte. Questa miscela apparentemente contraddittoria fra gli echi del trapassato remoto e quelli del passato prossimo rappresenta in effetti comunque un punto di riferimento nel progressivo disfacimento dei vincoli politico-istituzionali. Si conferma così che i poteri economici (quando non sfuggono alla legalità) ormai da tempo percorrono strade diverse rispetto al circuito della politica e della rappresentanza e sono controllati da un ristretto ceto di oligarchi. Ancora una volta in Russia, con costi sociali ed umani altissimi, sembra in atto una sperimentazione politico-istituzionale. Ancora una volta la Russia sembra saltare il passaggio liberal-democratico, come già fece quasi un secolo fa. Ancora una volta il “modello occidentale” si rivela incapace di attecchire in questo Paese, anche perché è un modello penetrato semplicemente per la via dell’economia. D’altra parte le riserve energetiche e le migliaia di testate nucleari che un esercito sempre più prostrato continua a detenere impongono comunque una partnership. E’ necessaria una leadership centrale, un governo responsabile ed efficiente, in grado di esercitare il controllo su tutto lo sterminato territorio russoNessuno, in questi momenti, può dire quali saranno, a breve e medio termine, le conseguenze della crisi sociale, economica, finanziaria ed istituzionale della Russia. L’incontro tra Clinton ed Eltsin, in corso a Mosca, rischia così di apparire più rivolto al passato che al futuro. Rischia anzi di certificare l’inapplicabilità del “modello americano”, che pure sembrava avere caratterizzato la transizione russa. E non può non portare gli stessi americani ad interrogarsi sulla qualità della loro politica mondiale. Dopodiché resta quella miscela nazional-comunista che non a caso detiene la maggioranza relativa della Duma. Oltre ad una radicale incognita per l’interno ed un interrogativo sullo spessore della politica internazionale americana, la crisi russa solleva un altro interrogativo strutturale. Negli anni del “nuovo ordine mondiale”, l’area della democrazia si è veramente allargata? Un rapido giro d’orizzonte sulla cartina geografica, in Europa e nel mondo, darebbe risultati sconfortanti. A parte qualche caso in Africa, e l’affrancamento di alcuni Paesi di tradizione liberal-democratica in Europa dal dominio sovietico, i meccanismi di globalizzazione finanziaria non generano feedback democratici. Hanno forse ragione quegli intellettuali francesi che denunciano il “pensiero unico” e la fine della parentesi democratica in una millenaria storia di imperi. Ritorna l’ammonimento che Giovanni Paolo II, uno dei grandi protagonisti di questi venti anni di accelerati cambiamenti, ha rilanciato in tutto il mondo, a tutti i livelli: una democrazia priva di valori, di precisi riferimenti morali, si converte in forme di totalitarismo aperto oppure subdolo.