Nella Turchia devastata dal terremoto “esistono purtroppo zone dove ancor oggi non è arrivato nessuno: strade distrutte, collegamenti interrotti e azioni di banditaggio rendono difficili i soccorsi. E nelle zone poste in quarantena si può entrare solo con tute, maschere e scarpe adatte per evitare infezioni ed epidemie. Così diventa arduo portare aiuto ai vivi e seppellire i morti”. E’ la denuncia di padre Orazio De Franceschi, salesiano, in un’intervista rilasciata a “La vita del popolo” di Treviso. Padre De Franceschi è dal ’54 missionario ad Istanbul, dove il suo Ordine ha aperto una scuola, un oratorio e un centro sociale. I salesiani coordinano gli aiuti internazionali attraverso la Caritas: sono operative 4 basi a cui vengono mandati viveri e medicinali e dalle quali partono le spedizioni quotidiane (tra cui 2000 pasti caldi al giorno) da destinare nelle diverse zone. “Con i fondi della Caritas – spiega il missionario – vengono acquistate tende, sacchi a pelo, cibo, medicinali, vestiti. Vorremmo poi allestire una tendopoli nel cortile della nostra scuola ad Istanbul dove accogliere gli oltre sessanta ragazzi rimasti senza famiglie, soli e impauriti”. Dopo il crollo delle case, dice padre De Franceschi, “dobbiamo affrontare il crollo psicologico. Gli anziani non vogliono lasciare i luoghi del terremoto dove sono ancora dispersi i loro cari, gli scampati sono a rischio suicidio, i ragazzi vagano senza nessuno che se ne occupi e molti svaniscono nel nulla. Si parla con terrore di trafficanti d’organi che li rapirebbero approfittando del caos in cui versa il Paese”. D’altra parte, conclude, “ogni giorno qualcuno si offre per darci una mano, cristiani e musulmani fianco a fianco, e questo fa rinascere la speranza”.