VIS: NON C’È PACE SENZA DIALOGO RELIGIOSO

Come possono le religioni contribuire alla pace? A questa domanda ha cercato di rispondere Johan Galtung fondatore dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Oslo, partecipando alla 10ª Settimana di educazione alla mondialità organizzata dal Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis) in corso a Courmayeur (Aosta) fino al 28 agosto. Secondo Galtung “il potenziale di pace delle religioni è legato alla loro inclinazione al perdono o al rifiuto della violenza”. “Ci sono dei fattori – ha detto Galtung – che potrebbero predisporre alla violenza quando formati all’interno di fedi religiose. Ad esempio l’idea di ‘popolo eletto’ che potrebbe, da una parte, indurre i credenti a credersi più giusti e virtuosi di altri, e dall’altra ad assumere i caratteri di un ritiro dal mondo reputato troppo barbaro”. Altro fattore determinante può essere la tendenza al proselitismo. “C’è differenza – ha sostenuto lo studioso – tra aderire ad una fede considerata giusta e degna di essere diffusa e il vivere sotto un comando divino di diffondere la fede, se necessario, anche con l’abile uso di potere economico e coercitivo”. Posizioni condivise da Antonio Raimondi, presidente del Vis, che ha ribadito la grande importanza dell’impegno religioso per la pace che “deve essere arricchito da continui dialoghi e relazioni tra le parti, per conoscersi e per non cadere più negli errori del passato, spesso fonte di tanti conflitti e violenze”.