Le varie tecniche yoga e i numerosi corsi di “relax” o di training autogeno, anche “se rispettosi della psiche umana e non giocati a livello di esaltazione individuale o collettiva, possono anche avere qualche utilità e possono essere un esercizio che prepara il corpo e la mente a un colloquio con Dio, ma non vanno confusi con la preghiera vera e propria”. Lo ha detto questa mattina l’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini che, intervenendo alla 50ª Settimana liturgica nazionale (in corso fino al 27 agosto a Mantova), ha commentato l’invocazione dei discepoli a Gesù “Signore, insegnaci a pregare”. “La domanda – ha detto l’arcivescovo – è oggi ampiamente condivisa, in particolare dai giovani” e il fatto che tanta gente vorrebbe avere “istruzioni pratiche” sulla preghiera nasconde anche “esigenze disperate”. Si va dal “vago desiderio” di evadere dall’ansia e dalla fretta alla speranza di “ritrovare equilibrio e pace nel profondo”. Ecco perché, prosegue nell’analisi l’arcivescovo, nel “grande supermercato della preghiera” si dispone oggi “di una vasta letteratura e di innumerevoli sussidi”. Per questo, secondo il cardinale è necessario che la domanda “insegnaci a pregare” vada “purificata e riportata alla sua verità. Non deve stare in primo piano la ricerca di un qualche benessere psichico, ma il desiderio di entrare in comunione col Dio vivente e di entrarvi con Gesù e come Gesù”. Questa comunione, “se vissuta con profondità e intensità”, può avere “riverberi felici sul piano psichico: può far vivere momenti di pace profonda, ma non va confusa – ha concluso l’arcivescovo – con questi atteggiamenti e stati d’animo e può esservi vera preghiera anche senza di essi”. Le varie tecniche yoga e i numerosi corsi di “relax” o di training autogeno, anche “se rispettosi della psiche umana e non giocati a livello di esaltazione individuale o collettiva, possono anche avere qualche utilità e possono essere un esercizio che prepara il corpo e la mente a un colloquio con Dio, ma non vanno confusi con la preghiera vera e propria”. Lo ha detto questa mattina l’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini che, intervenendo alla 50ª Settimana liturgica nazionale (in corso fino al 27 agosto a Mantova), ha commentato l’invocazione dei discepoli a Gesù “Signore, insegnaci a pregare”. “La domanda – ha detto l’arcivescovo – è oggi ampiamente condivisa, in particolare dai giovani” e il fatto che tanta gente vorrebbe avere “istruzioni pratiche” sulla preghiera nasconde anche “esigenze disperate”. Si va dal “vago desiderio” di evadere dall’ansia e dalla fretta alla speranza di “ritrovare equilibrio e pace nel profondo”. Ecco perché, prosegue nell’analisi l’arcivescovo, nel “grande supermercato della preghiera” si dispone oggi “di una vasta letteratura e di innumerevoli sussidi”. Per questo, secondo il cardinale è necessario che la domanda “insegnaci a pregare” vada “purificata e riportata alla sua verità. Non deve stare in primo piano la ricerca di un qualche benessere psichico, ma il desiderio di entrare in comunione col Dio vivente e di entrarvi con Gesù e come Gesù”. Questa comunione, “se vissuta con profondità e intensità”, può avere “riverberi felici sul piano psichico: può far vivere momenti di pace profonda, ma non va confusa – ha concluso l’arcivescovo – con questi atteggiamenti e stati d’animo e può esservi vera preghiera anche senza di essi”.