“Le biotecnologie non sono negative in sé ma possono divenirlo in base all’uso che ne viene fatto”. A sostenerlo è Antonio G. Spagnolo, docente di bioetica presso l’Università Cattolica, in un’intervista che apparirà sul prossimo numero del Sir. Sulla ricerca biotecnologica nei giorni scorsi è stata presentata un’indagine Cnr/Censis dal titolo “Biotecnologie per vivere meglio”. Commentando i risultati di questa ricerca Spagnolo precisa che “occorre fare una distinzione tra le diverse applicazioni”. “L’ingegneria genetica – spiega – creando nuove molecole di materiale ereditario” rende possibile “la terapia genica, che è positiva se finalizzata alla cura, negativa se l’inserimento del gene nuovo o ‘corretto’ mira a potenziare determinate caratteristiche rispetto ad altre”. Per quanto riguarda lo xenotrapianto (trapianto, su essere umano, di organi prelevati da animali geneticamente modificati), “quando si tratta di un organo come il fegato o il cuore, cioè meramente ‘esecutivo’, il suo trasferimento nell’uomo non ha una valenza etica negativa, perché non modifica l’identità della persona”. I motivi che impongono cautela sono invece “i rischi di patologie infettive e le conseguenze, ancora imprevedibili, sulla discendenza dei trapiantati”. Per quanto riguarda la “brevettabilità” dei prodotti della ricerca, ad avviso del docente “è ammissibile solo per le innovazioni tecnologiche; certamente non si può brevettare la scoperta di un elemento che, come il gene umano, si trova già in natura”.