“Poetare dopo Auschwitz non può significare che questo: esprimere o anche solo suggerire, indicare il silenzio delle milioni di voci sterminate, annientate”. E’ quanto scrive Elena Loewenthal, nell’editoriale dell’ultimo numero di “Letture” (gennaio 1999), osservando che “cinquant’anni e più dopo Auschwitz quel luogo e quel tempo paiono avere imposto una distanza insormontabile da quel tempo e da quegli eventi. Auschwitz sta, malgrado monumenti e catalogazioni, entrando inesorabilmente in quella storia cui si guarda con rassicurante distanza. Tenersi lontani dal male, tante più se infimo (o supremo) è del resto un meccanismo umano per non dire animale: fa parte delle strategie di sopravvivenza che portano a scegliere, consapevolmente ma anche inconsapevolmente, la vita e non la morte”. Su tragedie come l’Olocausto, sostiene Loewenthal sul mensile dei paolini, non rimane che “un’eco di silenzio. Perché quando ci si conta e si scopre che mancano all’appello sei milioni di presenti, la cifra più lampante, più clamorosa di quel conto è un’assenza, sono milioni di voci cui è stata tolta, negata la parola”. Di qui la richiesta, rivolta ai poeti e ai letterati, di dar voce al silenzio, ad “un’assenza che è come un buco, una voragine, nella storia, certo, ma anche e soprattutto dentro. Dentro chi è sopravvissuto e chi è venuto dopo, con questo peso per corredo, per eredità. Da trasmettere ai figli non in ottemperanza a chissà quale dettato, ma perché quel silenzio ce lo impone il peso stesso come un riflesso condizionato, come una necessità che nessuna parola potrà mai esprimere”.