“Messa-telecronaca”, “Messa-fiction”, “Messa-telemimata”, “Messa-autocelebrata”: sono questi gli errori da evitare nella trasmissione televisiva della celebrazione eucaristica. Lo ha detto Ruggero Eugeni, docente di semiologia del film e dell’audiovisivo all’Università Cattolica di Brescia, intervenendo al convegno “La Messa in tv. Icona trasparente o sguardo sostitutivo?”; che si è aperto oggi a Frascati (Roma) per iniziativa dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali e dell’Ufficio liturgico. La “Messa-telecronaca”, ha spiegato il relatore, è “spesso caratterizzata dal ruolo invadente della parola del commentatore a colmare gli inevitabili ‘tempi morti’ della diretta televisiva”, e finisce per fare della Messa “un evento che resta inevitabilmente ‘altro’ dall’orizzonte di vita dello spettatore”; la “Messa-fiction”, invece, induce “facili cortocircuiti emotivi” e crea “relazioni di falsa intimità”; nella “Messa-telemimata”, poi, “il gioco di inquadrature, i movimenti di macchina lenti e solenni e l’uso di procedimenti di montaggio, quali le dissolvenze, mimano la solennità del rito cercando di riprodurla a livello di impatto linguistico immediato”; la “Messa-autocelebrata”, infine, “è una versione tecnologicamente aggiornata della Messa solenne e spettacolare”, in cui “l’esibizione dei mezzi tecnici e dei vezzi stilistici assume un rilievo inusuale”. Per Eugeni, al contrario, il “modello positivo” di Messa in tv è quello della “Messa come discorso simbolico”, che dovrebbe “non semplicemente riferire, ma tradurre nel linguaggio della televisione di oggi il rito, incoraggiando un tipo di relazione specifica, differente dalla partecipazione diretta ma ad essa correlata”.