“Nelle guerre moderne non si vince: c’è solo il reciproco scaricarsi addosso bombe e violenza. E da dove vengono le bombe? Dall’estero”: è quanto ha dichiarato all’agenzia internazionale di informazione Fides, mons. Berhane Yesus Demerew Suraphiel, amministratore apostolico di Addis Abeba e presidente della Conferenza Episcopale che riunisce i vescovi di Etiopia ed Eritrea, i due Paesi protagonisti di questo conflitto dimenticato. Nessuno è in grado di quantificare il numero delle vittime della guerra, anche se le stime più credibili parlano di non meno di 60mila morti negli ultimi mesi.” “I due governi, spiega il vescovo, sono stati spinti alla guerra da “questioni politiche che vanno al di là del pretesto della determinazione dei confini. Sono state prese decisioni affrettate dai governi, senza percorrere con convinzione la strada del dialogo e del negoziato”. La Chiesa cattolica “si sforza di rimanere un’unica realtà sia in Eritrea che in Etiopia”. Perciò i vescovi nell’aprile scorso, si sono pronunciati per la riconciliazione e la pace: “L’unica realtà che oramai unisce i due Paesi – spiega mons. Suraphiel – è la Conferenza episcopale. C’è una comunanza di storia, cultura ma tutto questo al momento sembra non contare nulla. Come vescovi non ci è chiesto di schierarci ma di individuare cosa non funziona per facilitare la riconciliazione”. All’Italia, il presidente dei vescovi, chiede di “parlare ad entrambi i governi e agire concretamente per la pace. I leader di Etiopia ed Eritrea sono stati a Roma: evidentemente si aspettano un aiuto. Ma se i commercianti di armi continueranno a fornire munizioni a tutti e due i Paesi, renderanno sempre più difficili i colloqui di pace”.” “