“La macchina degli aiuti umanitari delle grandi organizzazioni è troppo lenta; alcune di esse stanno ancora studiando le modalità. Le piccole Caritas come la nostra sono più agili: portiamo camion di aiuti ai parroci del Kosovo e loro pensano a distribuirli”. E’ quanto ha dichiarato a “Fides” don Segundo Tejado, il direttore della Caritas Albania, appena tornato da una missione di quattro giorni in Kosovo. Il sacerdote ha riferito di aver visitato villaggi “completamente distrutti e disabitati”. Per coordinare gli aiuti più urgenti, giovedì 1° luglio, si è tenuta a Pristina, presieduta da mons. Mark Sopi, vescovo dei cattolici in Kosovo, una riunione degli inviati di alcune Caritas di Paesi occidentali. Le missioni di ricognizione della Caritas albanese in Kosovo hanno fatto emergere il lavoro svolto dai religiosi in questi mesi di guerra. Di questo, quasi nulla era trapelato a causa delle difficoltà di comunicazione. In uno dei rapporti della Caritas si legge che i religiosi e le religiose “con valore, amore, coraggio e saggezza hanno resistito con testimonianza evangelica alla pressione della guerra”. A Stubla, per esempio, un parroco ha aiutato 20 mila rifugiati nascosti tra le montagne e lungo la frontiere con la Macedonia. Le famiglie della parrocchia preparavano il pane ed una religiosa prestava loro assistenza medica. A Peje, le suore di Madre Teresa hanno ospitato 50 malati che erano stati cacciati dall’ospedale e nello stesso centro, una religiosa vincenziana ha assicurato da sola il servizio di dialisi a 85 pazienti per oltre un mese. La Caritas ritiene infine necessario sostenere i parroci e le religiose non solo con aiuti umanitari ma anche con personale.