Tra le “scelte qualificanti” suggerite alla comunità cristiana, vi è “un annuncio e una catechesi che non abbiano timore di farsi anche cultura”, la capacità di “educare alla preghiera” e di vivere “l’impegno verso le situazioni di emarginazione e di povertà”. Comunità che, in primo luogo, “non escludano nessuno”, non siano “appiattite sull’ambiente né bloccate in piccoli cerchi chiusi”, ma con “luoghi di crescita nella fede” che vadano “dalle celebrazioni sacramentali fino ai momenti della catechesi alle espressioni di comunione negli organismi di partecipazione, ai luoghi di servizio e a quelli del tempo libero e dell’amicizia”. A questo proposito, precisa il documento, occorre “un rinnovamento dei linguaggi”, accompagnato dalla “consapevolezza, però, che ciò che conta alla fine non sono le forme più o meno innovative, ma la capacità di esprimere coerenza tra fede e vita”. E’ necessaria inoltre “più unità di percorsi tra pastorale della fanciullezza e della preadolescenza, pastorale giovanile e pastorale familiare” e la possibilità di “offrire itinerari di fede ben definiti e praticabili, fatti di esperienze e riflessioni, di preghiera e vita comunitaria, di servizio e impegno”. Il documento riconosce anche l’importanza della “necessaria mediazione educativa” di associazioni, gruppi e movimenti. Lo “slancio missionario” nei confronti delle nuove generazioni deve inoltre portare a “muoversi là dove i giovani si trovano”: nella scuola, durante la ricerca del lavoro, nel tempo libero, nel volontariato, nel mondo dell’immigrazione, nelle situazioni di emarginazione. Riguardo al tempo libero, precisa il documento, “evitando demonizzazioni e acquiescenza alle mode, occorre che la pastorale prenda coscienza che anche questi ambiti le appartengono, impegnandosi ad individuare figure di animatori” e rilanciando e rinnovando “anche la funzione degli oratori, da realizzare in forme più aperte rispetto al territorio”.