PASTORALE FAMILIARE: LE RISPOSTE DELLA CHIESA AI “MATRIMONI IN DIFFICOLTÀ”

“Quando si parla di matrimoni in difficoltà, bisogna distinguere tra le difficoltà che derivano da una relazione di coppia, e che sono in qualche modo ‘congenite’ alla famiglia, e quelle situazioni che sono, invece, oggettivamente in contrasto con il dettato evangelico del matrimonio come vincolo indissolubile”. Lo ha detto don Giancarlo Grandis, responsabile dell’Ufficio di pastorale familiare di Verona, intervenendo al III incontro nazionale dei responsabili diocesani e della Consulta di pastorale familiare, in svolgimento a Roma (fino al 17 ottobre) sul tema “Matrimoni in difficoltà: quale accoglienza e cura pastorale?”, per iniziativa dell’Ufficio Cei per la pastorale della famiglia. Una situazione particolarmente delicata, ha sottolineato il relatore, “è quella dei divorziati risposati, la cui condizione a volte ‘irreversibile’ interpella sia la dottrina della Chiesa, sia la pastorale”. Come conciliare, in casi simili, questi due ambiti? “Anzitutto – risponde Grandis – tenendo conto che il ‘vocabolario’ del magistero è cambiato: non si parla più di ‘pubblici peccatori’ ma di persone che vivono anche un dramma soggettivo”. L’atteggiamento da adottare, in termini pastorali, è allora quello dell’accoglienza: “L’appartenenza ecclesiale – spiega il sacerdote – non viene messa in discussione dal sacramento del matrimonio ma può essere comunque compromessa”. I divorziati risposati, infatti, “appartengono ancora alla Chiesa, in forza del loro battesimo, ma non pienamente; sono esclusi dal sacramento della Comunione e della Riconciliazione, ma sono invitati a nutrire la fede con l’ascolto della Parola, con la partecipazione alla Santa Messa, con le opere della carità”. I divorziati risposati, aggiunge infine Grandis, “possono esercitare in pieno la loro genitorialità: per la Chiesa, infatti, non sono oggettivamente sposi, ma restano oggettivamente padri e madri”.