“In un panorama mondiale di fine secolo che presenta non poche ombre, ci sono però confortanti raggi di luce, che ci fanno guardare verso il futuro con speranza”. Giovanni Paolo con queste parole ha fatto riferimento, all’Angelus, al nuovo accordo tra israeliani e palestinesi, che riavvia il processo verso una pace definitiva in Terrasanta. Accenti ancor più espliciti di segno ottimistico ha avuto il protavoce vaticano dopo l’incontro del Santo Padre con Arafat.” “Sembra così avvicinarsi ulteriormente il grande pellegrinaggio del Giubileo, che il Papa ha immaginato nei luoghi più significativi della storia della fede: un lungo arco che comincia nell’attuale Iraq, attraversa Palestina, Israele ed Egitto, ed arriva fino ai luoghi paolini, da Damasco ad Atene. Le ombre, la luce, la speranza: nelle parole dell’Angelus c’è il senso di questo pellegrinaggio e in concreto anche del Giubileo come grande occasione spirituale, che tuttavia in concreto può produrre cambiamenti reali. ” “Rileggiamo le catechesi instancabili sul Giubileo di Giovanni Paolo II, fin dal momento dell’inizio del suo pontificato. E troveremo il desiderio di superare le frontiere, di superare le zone d’ombra, di superare i muri, senza altro interesse che quello di “aprire le porte a Cristo”.” “E’ dunque uno straordinario dinamismo spirituale quello che il Papa in concreto ci ha abituato ad applicare alla storia. Un dinamismo che ci ha abituato a vedere cadere i muri, ma che sa essere paziente di fronte alle difficoltà, agli steccati vecchi e nuovi che ancora dividono i popoli e gli stati. Così il viaggio in Terrasanta, tanto atteso, è stato più volte procrastinato, finché se ne dessero le condizioni. Così a proposito di una meta da tempo agognata, come la Cina, anche di recente si sono dovute registrare chiusure. Ma la visita in Romania ha aperto nuovi orizzonti di dialogo con il vasto mondo dell’ortodossia e tra le mete del grande pellegrinaggio giubilare c’è anche Atene. Così le bombe che continuano a cadere sull’Iraq non sembrano dissuadere dal viaggio verso la terra di Abramo. ” “Il coraggio e il dinamismo del vecchio Papa non possono che essere un monito ed un preciso riferimento anche per le cancellerie ed in concreto anche per l’opinione pubblica, in questo passaggio della politica mondiale ricco di contraddizioni. Per superarle infatti il punto vero è proprio il coraggio, cui sono chiamati tanto i “grandi” quanto i “piccoli”. Cos’è stata la guerra dei settantotto giorni in Kosovo, se non proprio una chiara manifestazione di assenza di coraggio da parte di tutte le parti, che non a caso sono ancora impegnate a sbrogliare una intricatissima matassa, fatta di odi, di vendette, di violenze e di inganni? E coraggio deve dimostrare la comunità internazionale anche di fronte ai gravissimi fatti di Timor Est, ove una intera popolazione è in balia di una minoranza armata.” “Le ombre e la luce, la speranza ed il suo fondamento: le violenze a Timor sembrano smentire l’ottimismo per i nuovi passi della pace in Terrasanta. Eppure il Papa continua a guardare avanti: “il nostro ottimismo è fondato soprattutto sulla certezza della continua assistenza divina, che mai viene meno a quanti umilmente e fiduciosamente la implorano”. Per questo il Giubileo, nella sua sostanza spirituale, può essere un’occasione. Per riportare la pace, per costruire frutti duraturi. Il Papa ci crede e la sua testimonianza risalta su tutto lo scacchiere mondiale.” ““Ciao, sono Michela. Ti ho visto oggi in piscina, mi sei subito piaciuto. Ho chiesto il tuo numero di camera alla reception e ti ho chiamato. Vorrei conoscerti. Possiamo incontrarci? Sì? Allora ci vediamo questa sera dopo cena al bar. Ciao!”. Michela ha quattordici anni. Giovanni quindici. Michela ha i lineamenti di una bambina appena cresciuta. Nello sguardo una vena di docile infantilità. La pubertà fa capolino tra pensieri e gesti e malamente camuffa una timidezza che a tutti i costi si vorrebbe nascondere.
Giovanni non le è da meno. Nei pensieri è ancora un po’ bambino. Sogna un mondo di avventure costruite in casa, senza più guerrieri o eroi di un tempo appena affrancato, ma con nuovi idoli ai quali carpire gestualità e atteggiamenti per una parte di quotidiano vissuto ancora a naso all’insù. Michela e Giovanni sono due ragazzi di oggi, come tanti. E come tanti alla loro età hanno voglia di scoprire l’amore. Di lasciarsi prendere da quel brivido strano che improvviso arriva a squarciare le giornate pacate e uguali di un bambino che non è più.
Ieri come oggi le pulsioni non cambiano, cambiano gli atteggiamenti, le risposte. Oggi i ruoli sembrano invertirsi. Lui è più timido di ieri, e anche un po’ più bambino. Un bel po’ di più. Lei è più esplicita, più essenziale, più diretta. Molto di più. Il perché di questo cambiamento? In parte è nella maggiore difficoltà che hanno i maschi a conciliare i loro mutamenti biologici, gli impulsi di una nuova età, con quella che dovrebbe essere la corrispondente “maturità”. I ragazzi non vivono intellettualmente il cambiamento che è loro in atto. Non ne carpiscono l’importanza, non ne sentono la responsabilità, lo interpretano in modo fanciullesco, come un gioco. Un po’ più evoluto, ma niente più di un gioco.
Manca loro il coinvolgimento psicologico verso una sensazione e il senso di un ruolo, oggi quasi totalmente svuotato di contenuti, che li voleva, non per superiorità, ma per cultura, attori primi, non primi attori, nella responsabilità di un approccio amoroso. Le ragazze invece sanno intuire il momento e istintivamente hanno voglia di viverlo, perché in loro, da sempre, la natura sprigiona presto il profumo della vita, che in loro si predispone e si manifesta. Ma oggi è un’istintività troppo spesso meccanica, non supportata da alcun valore per le sensazioni. Un’istintività che tende a consumare presto quello che si prova, in linea con la cultura “mordi e fuggi” dei nostri tempi. Però le ragazze sanno della fanciullezza eterna dei coetanei maschi e ancora, della loro attuale confusa voglia di vivere un sentimento. E allora ecco invertirsi i ruoli. Ecco lo spegnersi lento di un rituale che sempre ha segnato l’inizio di una storia, quella piccina dei 14/15 anni e quella della maturità. Cosa si perde? Apparentemente nulla. Nella sostanza qualcosa si perde. Svanisce il senso di un ruolo. Quello del maschio, custode di un “gesto” cavalleresco antico, nel quale alberga la forza del pensiero e dell’azione, della passione, della scelta, della voglia di avventura, il senso di sicurezza, lo stimolo alla condivisione del tutto.
Quello della donna che guida psicologicamente una scelta con linguaggio sottile e raffinato, manifestato attraverso l’intelligenza, il gusto dell’apparire, la raffinatezza combinata degli sguardi, delle parole, dei gesti e dei silenzi. Svanisce un mondo fatto di mistero e di attese, in un mondo che non vuol attendere più. Che vuole tutto e subito e perde il gusto dello scoprire, del ricercare, dell’approfondire, del capire, dello sviluppare, del costruire, del meravigliarsi e del piacere. Un mondo che fa uguali bambini, ragazzi, adulti e anziani, omogenizzandoli nei pensieri, nei desideri, nelle azioni.
Un mondo incurante delle diversità e della sensibilità. Un mondo con pochi sussulti, che abbraccia la materia e si allontana dalla natura. E perde la poesia. Quella poesia che sta dentro uno sguardo, in un piccolo gesto, in un desiderio, nella consapevolezza di un sentimento. La poesia che Michela e Giovanni, se vogliono, possono ancora trovare, regalandola a loro e restituendola al mondo. (Romolo Paradiso)