PADRE CAGNASSO (PIME): “SI PUÒ ESSERE MISSIONARI ANCHE NELLA RICCA HONG KONG”

“C’è indubbiamente un rischio grave di distorsione, di cui anche oggi siamo vittime: quello di identificare la missione con la partenza verso luoghi di povertà per alleviarla e per fare giustizia”. Lo ha detto questa mattina padre Franco Cagnasso, superiore generale del Pontificio istituto missioni estere (Pime) intervenendo al meeting su “Una storia, un futuro, una missione”, in corso fino a domenica a Mascalucia (Catania). “La gente – ha detto padre Cagnasso – si commuove e approva il missionario che lavora fra i ‘meniños de rua’, che fonda una scuola, che gestisce cooperative ma si smarrisce e non comprende invece quando sente di un missionario che opera nella ricca Hong Kong o nello sviluppato Giappone”. L’incomprensione nasce perché si mette “tra parentesi l’aspetto di annuncio del Vangelo” e si identifica la missione solo come “risposta ai problemi di sottosviluppo e di povertà”. Bisogna fare attenzione perché “se non si attinge al Vangelo nella sua interezza – ha proseguito padre Cagnasso – la missione si esaurisce e muore”. Nel tempo della provvisorietà e delle esperienze temporanee, al missionario spetta il compito di presentare uno stile di vita fondato sulla radicalità: “Anche per noi missionari – ammette padre Cagnasso – è sempre in agguato la tentazione delle mezze misure, dell’accontentarci del poco, del crogiolarsi nelle nostre debolezze”. Il missionario però è colui che fa della sua vita “un segno della serietà del Vangelo”, che sa “guardare in faccia la morte e cantare la vita che non finisce” accompagnando “le sofferenze e le debolezze con il desiderio di un mondo più vivibile”.