Nessun “relativismo storiografico di comodo”. Ricostruire la verità storica richiede al contrario una grande “capacità di saperla ricercare pazientemente nei documenti e di farlo in maniera scientifica”. Questa ricerca comporta anche “il non tacere nulla di quello che è il passato. E il non tacere nulla è su due versanti: sia su quello che può dare ragione alla Chiesa sia su quello che invece può darle torto”. Così mons. Rino Fisichella, vescovo ausiliare di Roma, commenta oggi in un’intervista al Sir le parole pronunciate dal Papa ieri in udienza generale e ricorda che sul tema del perdono ci sono già stati in Vaticano due convegni: uno sull’antigiudaismo e l’altro sulle inquisizioni. Il chiedere perdono, prosegue mons. Fisichella, “è una dimensione essenziale della vita cristiana ed è anche un impegno di conversione. Per questo, è necessario che i cristiani siano consapevoli di quelle che sono state le difficoltà e le controtestimonianze che sono state date nel passato, per poter guardare al terzo milennio con un impegno più coerente di vita cristiana”. Ma il richiedere perdono non può coinvolgere soltanto la Chiesa ma “deve riguardare tutti. Deve toccare gli Stati, le persone, e anche le diverse confessioni religiose. Direi che il Papa fa un richiamo ad una esigenza universale. La Chiesa cattolica sente cioè il bisogno di chiedere perdono per sé ma invita anche gli altri a riconoscere quelli che sono stati i limiti del loro agire per poter creare uno spazio comune su cui procedere nel prossimo millennio”. Il fatto infine che la Chiesa chieda perdono per i peccati dei suoi figli, “non è – conclude mons. Fisichella – un atto di debolezza ma di grande coraggio perché implica non solo la capacità di riconoscere i propri sbagli ma anche il coraggio di ricominciare da capo, superando le difficoltà e aprendosi ad orizzonte comune sul quale tutti possano impegnarsi”.