Non è ancora tempo di bilanci calibrati, ma di impressioni e di registrazione di emozioni. Occorrerà riflessione matura e soprattutto progettualità. I giovani sono stati al centro dei commenti di tutti i media, in genere abbastanza attenti e rispettosi, talora incapaci di guardare loro con fiducia.” “A caldo si possono trarre alcune impressioni significative” “1 – Il Papa non dice mai “ai miei tempi” come fa ogni adulto, ogni genitore, ogni educatore, ogni giornalista, come hanno sempre fatto gli uomini fin dall’antichità, sempre sicuri che il mondo lasciato ai giovani sarebbe stato un fallimento, che le giovani generazioni avrebbero sicuramente dilapidato l’eredità dei padri e imbarbarito il mondo. Il Papa dice: “Sono certo che anche voi, cari amici, sarete all’altezza di quanti vi hanno preceduto”. Gli adulti non possono guardare a questa generazione con atteggiamento icastico o con disprezzo. Non solo saranno capaci di fare come noi, ma faranno anche meglio. E’ questo il compito di ogni comunità cristiana: metterli in condizione perché realizzino il progetto di Dio.” “2 – Il dialogo tra i giovani e il Santo Padre è sempre stato molto schietto, immediato. I giovani hanno sempre visto in lui uno che li sa interpretare. Amano la Chiesa, la parrocchia, il loro gruppo, l’associazione, perché riesce a capire le loro domande, le prende sul serio e le apre a scommesse esigenti. Questo stile l’abbiamo imparato dal Papa e deve diventare ancora di più stile della Chiesa che accoglie le sfide dei giovani. I battimani spontanei alle affermazioni sulla difficoltà della fede (“ognuno potrà sperimentare la tentazione della incredulità”), sull’amore di Dio che non viene meno anche se lo deludiamo, sono segnali di una generazione che sa di avere qualcuno che legge la loro vita, ne capisce le difficoltà e la sa aprire all’impossibile di Dio.” “3 – Le Giornate mondiali sono faticose, ma diventano messaggi necessari per aprire tutti i giovani alle prospettive della fede. L’aspetto di diffusione mediatica non va sottovalutato. Quelle masse di giovani che non hanno lasciato alcuna bottiglia di birra e di vino né al Circo Massimo, né a Tor Vergata, che hanno fatto la fila ai confessionali, che si fermavano ai semafori, che non hanno mai nascosto il volto dietro nessun fazzoletto per non farsi riconoscere, che hanno pianto di gioia davanti all’altare della confessione, che si divertivano con il Papa, che cantavano contenti la loro fede, sono messaggi ai tanti giovani che non hanno pace interiore, che devono scontare in carcere una pena perché nessuno li ha aiutati a dare alla loro giovinezza la serenità della vita, che vogliono uscire dalla droga e non hanno sempre le forze e gli amici necessari. Sono messaggi di fiducia per tutti gli adulti che vedono i giovani come antagonisti del buon vivere.” “4 – Il mandato di diventare “incendiari”, affidato ai giovani all’inizio del secolo è il mandato della missione, dell’apertura allo Spirito, dell’uscita dal torpore consumistico che addormenta le coscienze. Gli “incendiari” però non nascono a caso, vengono dai “laboratori della fede”. Le nostre esperienze pastorali, tutte le nostre attività dovranno d’ora in avanti misurarsi con questa affermazione di capitale importanza. Ogni comunità cristiana, ogni gruppo, ogni esperienza giovanile, ogni oratorio, ogni spazio formativo della comunità cristiana deve diventare laboratorio della fede. La Giornata mondiale della gioventù è stata un laboratorio della fede. Il tema della fede sarà centrale per queste generazioni e lo dovrà essere di ogni pastorale giovanile. La fede è il caso serio della vita di questi giovani, e per essa si deve impiantare ovunque un laboratorio, uno spazio di incontro tra Dio e l’uomo, una palestra che aiuti a capire le domande e a lanciarle oltre le piccole risposte comode di un Vangelo ridotto a galateo o di una ingessatura ritualistica.” “5 – Quanto erano distanti da queste giornate le famose e troppo chiacchierate tendenze del mondo giovanile verso la new age. Questi ragazzi vogliono toccare Cristo, vogliono vivere un contatto palpabile con Lui, magari tramite il Papa che ha tanta dimestichezza con Lui. La vita sacramentale, i segni della fede, il pellegrinaggio, la croce, non sono le fantasie di un eventuale vago spiritualismo, ma elementi che traducono il mistero dell’Incarnazione. Cristiani incarnati erano questi giovani, con tanto di orecchini, piercing, tatuaggi e voglia di pregare; con tanti teneri gesti affettivi e voglia di amare seriamente; con tanta musica rock e tanti canoni di Taizé; con mille magliette e scritte e una gran voglia di dirsi credenti; con tante preghiere nelle chiese e tanta espressione della fede nelle piazze. Il Giubileo dell’Incarnazione ha permesso di vedere dei giovani veramente come cristiani incarnati.” “DOMENICO SIGALINI” “