“Ama llulla, ama shuwa, ama quilla. Sono i comandamenti che i nostri avi ci hanno tramandato. Sono in lingua Kichua e si traducono così: non mentire, non rubare, non essere pigro. Anche questi insegnamenti sono stati strumentalizzati e sono diventati ora un motto politico. Ci hanno tolto tutto, anche i nostri comandamenti”. Lo sfogo è di José Alejandro Cabascango Guajan, 26 anni, delegato dell’Ecuador al VII Forum internazionale dei giovani. Alejandro viene dalla provincia di Imbabura, nel nord del Paese dove nella zona di Otavalo vivono i discendenti del popolo incas. Alejandro è il coordinatore della pastorale della gioventù indigena. “Quello che cerchiamo di fare – racconta – è aiutare i giovani a ritrovare le loro radici e a vivere la loro spiritualità. Siamo vittime di una cultura che ha imposto modelli di vita estranei alla nostra cultura, generando soprattutto nei giovani una vera e propria alienazione. Questo processo inizia dalla scuola dove fin da piccoli ci dicono che la nostra lingua non vale a niente e ci costringono ad imparare lo spagnolo. Anche i mezzi di comunicazione spingono i giovani a stili di vita che non ci appartengono e tutto questo provoca una perdita di identità. Ecco perché come Chiesa tentiamo di far recuperare ai giovani i valori dei nostri avi e di viverli dal punto di vista cattolico”. “Per secoli – aggiunge Alejandro – agli indigeni è stato negata la possibilità di esprimere la propria spiritualità ed uno degli errori peggiori che sono stati commessi è stato quello di negare il fatto che anche noi potevamo credere in un Dio. Quello che chiediamo oggi alla Chiesa è riconoscere il nostro modo di rapportarci con Dio con le danze e i riti che caratterizzano le nostre celebrazioni”. ” “