“Ancora una volta la politica è riuscita a dividere, a creare inesistenti e insormontabili barriere, anziché svolgere il suo vero compito di mediazione e di conciliazione”. E’ il parere di don Carlo Caviglione, responsabile per la pastorale sociale e del lavoro della Conferenza episcopale ligure, sul caso del piccolo Elian Gonzales, il bimbo cubano divenuto emblema di una battaglia tra gli esuli cubani negli Stati Uniti e la madrepatria. Secondo don Caviglione, in una nota che verrà pubblicata nel prossimo numero del Sir, “Elian diventa al tempo stesso protagonista, non per sua scelta, e vittima di una tensione che da tempo dovrebbe essere superata”. “Sono in particolare gli esuli cubani più anziani a mostrarsi intransigenti – osserva – non volendo cedere a nessuna ragione che consenta alle due parti di mettersi d’accordo. Intanto il prezzo viene pagato da un bimbo, senza sua colpa, disperato e spaventato che si sente conteso dalle due parti. Una triste storia che lo oppone anche a suo padre, senza che lui ne comprenda il perché, senza che prevalga il buon senso degli adulti e degli stessi governanti. Non è ancora venuto il tempo in cui i bambini vengano rispettati e difesi. Quel rispetto e quella difesa per loro che gli antichi chiamavano ‘riverenza’”.” “Ad avviso di don Caviglione “le due parti in lotta si sono rafforzate anche a motivo del fatto che in Usa si vive il periodo elettorale. Di conseguenza, i candidati alla presidenza – Al Gore e George Bush – si sono immischiati nella vicenda: ad entrambi infatti fanno gola i voti della comunità cubana in Florida. E questo accade, ovviamente, mentre tutti dichiarano di voler solo il bene di questo bambino. In realtà si tratta, come è del tutto evidente, di una squallida strumentalizzazione”. ” “