“La chiusura della centrale – ha detto oggi in una conferenza stampa a Roma, Nina Kovalska, ambasciatrice dell’Ucraina presso la Santa Sede – è per il popolo ucraino un simbolo di speranza”. Ma, aggiunge, “non avrà effetti immediati”. La chiusura della centrale, spiega l’ambasciatrice, richiede infatti “un processo tecnologico estremamente complesso che durerà non meno di 30 anni. Si può dire che siamo alla fase zero” alla quale dovranno seguire la chiusura dei reattori, la stabilizzazione del sarcofago (l’involucro di cemento che attualmente copre il reattore numero 4 che è stato danneggiato dall’esplosione), il re-impiego delle persone che sino ad oggi lavoravano nella centrale ed un progetto per ricompensare la capacità di produzione di elettricità. L’intero progetto è finanziato dalla Ber (Banca europea per la ricostruzione) che ha stanziato 769 milioni di euro di cui però solo “il 27% è stato confermato”. Per questo l’ambasciatrice ucraina chiede oggi alla comunità internazionale di “mantenere gli impegni assunti nel Memoradum di Ottawa” ed avverte: “Chernobyl non è un problema nazionale ma riguarda tutta l’Europa”. A sedici anni dall’esplosione, si contano oggi 3,4 milioni di vittime ma Chernobyl ha continuato negli anni a provocare “morti invisibili”: “sono decine di migliaia – racconta Kovalska – le persone che si sono in seguito ammalate e se gli effetti delle radiazioni si sono stabilizzati sulle persone adulte, a subire oggi i danni maggiori sono i bambini. In Ucraina si registra un’alta mortalità infantile”.