“In materia di immigrazione c’è un ritardo nella nostra società che deve essere colmato. La Chiesa deve assumere il compito di avviare un dibattito serio su quale modello di integrazione si intende perseguire”. Lo ha detto l’economista Stefano Zamagni, intervenendo ieri a Roma al convegno su “Chiese locali e pastorale della mobilità umana”, organizzato dalla Fondazione Migrantes. Zamagni ha fatto notare che, nell’epoca della globalizzazione, “con il persistere della povertà nel mondo, il fenomeno delle migrazioni è destinato sempre di più ad assumere i caratteri della normalità”, per cui in Italia è necessario passare da una politica “per” l’immigrazione ad “una politica dell’immigrazione”: serve dunque interrogarsi su quale “modello” di integrazione adattare alla nostra società, che dovrà essere necessariamente diverso da quello francese, tedesco o americano. “In Italia, anche in ambienti cattolici – ha osservato -, si vuole passare dalla multiculturalità all’interculturalità, che postula cioè la convivialità delle differenze”. Ma qui, secondo Zamagni, bisogna porsi alcune domande: “Fino a che punto può essere spinta la strategia interculturale?”. “Una società in cui convivono diverse culture ha bisogno di un’etica comune – ha ricordato -, la quale non può che essere quella dei diritti fondamentali dell’uomo”. Su queste difficoltà, che nascono soprattutto dal rapporto con l’Islam, ha rilevato Zamagni, la Chiesa deve interrogarsi: “Cosa succede se una delle culture non accetta o non si riconosce in quell’etica comune?” si è chiesto. Zamagni ha suggerito di affrontare il dibattito soprattutto a livello regionale – l’ambito politico che più avrà a che fare con le tematiche migratorie -, “costituendo in ogni regione un gruppo di esperti (economisti, sociologi, teologi…) capaci di creare pensiero e dare alla Chiesa la possibilità di poter esprimere una sua opinione al riguardo”.