“Se l’obiettivo è quello di evitare l’accanimento terapeutico, la carta di autodeterminazione risulta inutile in quanto quelle garanzie e misure che si vogliono difendere e promuovere con le direttive anticipate possono e debbono essere proposte in altri modi, soprattutto attraverso un lavoro educativo del personale sanitario e della popolazione in genere”. Questa la posizione del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica sulle “carte di autodeterminazione” dei pazienti, introdotte recentemente anche in un progetto di legge presentato al Parlamento. “La deontologia professionale e l’etica – commenta Antonio G. Spanolo, del Centro di Bioetica – hanno da sempre richiamato gli operatori sanitari a non attuare interventi sproporzionati che prolungano penosamente il processo del morire. E questo nei confronti di tutti i pazienti, sia quelli che lo hanno lasciato scritto, sia per coloro che non hanno voluto o potuto farlo”. Le “direttive anticipate”, si legge infatti nel documento dell’Università Cattolica, “sono spesso ambigue quanto alle indicazioni sugli interventi che vengono richiesti di essere sospesi o non iniziati”, e “la complessità delle singole situazioni cliniche può trasformare facilmente tali interventi in vere e proprie condotte eutanasiche”. Per di più, le direttive anticipate “sono spesso inattuali quando si riferiscono a situazioni che sono state considerate in senso astratto dal paziente molto tempo prima di trovarsi nella situazione reale, che potrebbe avere evoluzioni molto diverse da quelle ipotizzate”. Già nel 1995, ricorda Spagnolo, il Comitato nazionale per la bioetica aveva affermato che “non è possibile riconoscere un valore perentorio a tali direttive. Le disposizioni anticipate – conclude il ricercatore – potrebbero essere uno strumento valido solo nelle situazioni in cui per la rischiosità e gravosità degli interventi sia necessario conoscere la reale volontà del paziente”. ” “” “