Un altro tassello, nel complicato e contraddittorio puzzle della pace definitiva in Terrasanta, è stato posto in Vaticano, con l’accordo tra la Santa Sede e l’Autorità palestinese. Nel preambolo del documento si legge la comune aspirazione ad una pacifica soluzione di un conflitto che affonda le sue radici ormai nella prima metà del secolo scorso. La solenne affermazione della libertà religiosa e di coscienza, la denuncia di ogni forma di discriminazione e la necessità di mantenere il regime di status quo in tutti i Luoghi Santi, come garantito da secolari tradizioni, sono altrettanti punti fermi, come pure l’affermazione della necessità di una sistemazione definitiva dello statuto di Gerusalemme, “basata sulle risoluzioni internazionali”. Di più, nel preambolo dell’accordo, redatto in inglese, si auspica “uno statuto speciale, internazionalmente garantito” per Gerusalemme: “azioni e decisioni unilaterali che alternino il carattere specifico e lo statuto di Gerusalemme – affermano le due parti – sono moralmente e giuridicamente inaccettabili”.” “Nei 12 articoli del testo si regolano poi i diritti dei cattolici e la personalità giuridica della Chiesa nei territori soggetti all’Autorità palestinese.” “Al di là tuttavia del pur rilevante profilo diplomatico, in un momento in cui molti dubbi sembrano nuovamente addensarsi sul processo di pace, è l’imminenza di un viaggio da tanti anni nel cuore del Papa ad avere un rilievo speciale. Giovanni Paolo II, che tra pochi giorni sarà anche sul Sinai, visiterà tutti i Luoghi Santi divisi tra Palestina ed Israele intorno alla festività dell’Annunciazione. Incontrando Arafat ha tenuto a sottolineare la solidarietà della Santa Sede “per le popolazioni palestinesi ancora in attesa di veder realizzate le loro legittime aspirazioni”. Ma si porta tutti nel cuore, perché sa che le fatiche dei diplomatici da sole non possono arrivare a districare il grande groviglio del conflitto in Terrasanta. Occorre puntare sul cuore dei popoli e dei loro governanti. Lì dove sa che Dio può agire. E sarebbe veramente il frutto, tanto atteso, del Grande Giubileo dell’anno duemila. ” “” “