“Non sapevo che Manero fosse incluso nella lista dei 500 detenuti candidati al perdono presidenziale”. Lo ha dichiarato il presidente filippino, Joseph Estrada, che il 16 dicembre scorso ha rimesso in libertà Norberto Manero, capo della banda che l’11 aprile 1985 massacrò il missionario mantovano padre Tullio Favali (39 anni), del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). La notizia della scarcerazione di Manero, che ha usufruito di un provvedimento di clemenza emesso in occasione delle feste natalizie, è trapelata solo martedì scorso, 2 febbraio, grazie alle rivelazioni di un quotidiano locale. In una lettera indirizzata ad Estrada, informa “Mondo e missione”, il vescovo di Kidapawan, mons. Romulo Valles, scrive:” Ci domandiamo perché i più colpevoli tra coloro che uccisero padre Favali, ne bruciarono la moto e tentarono di ammazzare Rufino Robles, uno dei leader delle nostre comunità cristiane, siano i primi ad essere liberati, mentre coloro che hanno meno colpe languiscono ancora in galera”. Padre Gianni Sandalo, superiore regionale dl Pime nelle Filippine, dichiara: “Siamo molto scioccati dalla notizia del perdono presidenziale concetto a Manero. Ci interroghiamo su come questo passo è stato compiuto. Perché nessuno ci ha informati? Quali saranno le conseguenze per i nostri preti e per i testimoni coinvolti nel caso Favali?”. Anche la Conferenza episcopale filippina esprime la sua condanna per la liberazione di Manero, e invita tutti i filippini “a indossare un nastrino nero”. Si teme, infine, per l’incolumità dei testimoni coinvolti nel processo in corso contro Arsenio Villamor, uno dei presunti mandanti politici dell’omicidio Favali, arrestato dopo anni di latitanza nel ’98. Intanto, in varie città italiane, circola nelle sale teatrali il dramma “Terra e cielo”, di Roberto Cavosi, dedicato proprio al martirio di padre Favali; l’iniziativa (il 5 e il 6 febbraio a Milano) inaugura l’itinerario teatrale “La bellezza del principio”, promosso nell’ambito del “progetto culturale” della Chiesa italiana.