NOTA SETTIMANALE SIR. Trasmettiamo il testo integrale della nota Sir di questa settimana

Sono ancora i processi della globalizzazione all’ordine del giorno. Prima di tutto evidentemente sui grandi palcoscenici internazionali. Nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, giunto ormai alla fine del suo secondo mandato, Bill Clinton celebra gli Stati Uniti ed esalta “un’America più forte”. Più forte nel senso non comparativo, ma superlativo: più forte e, quel che più conta, sola sulla plancia di comando dei processi di globalizzazione. Vola poi al vertice di Davos, per celebrare un periodo di espansione che non ha eguali nella storia del secolo scorso ed ha ancora gli stati Uniti come motore e principale beneficiario. E’ la globalizzazione, che tutti quotidianamente percepiamo nel nostro portafoglio, con il dollaro poco sotto le duemila lire e le inevitabili conseguenze che questo comporta sul paniere della spesa oltre che sull’assetto dei conti del sistema-paese.” “Gli Stati Uniti celebrano la loro ininterrotta crescita e l’Europa si scopre alle corde nella concorrenza transoceanica. L’Europa dell’Eruo moltiplica i consulti ed i messaggi rassicuranti, ma i numeri sono inesorabili. L’Europa dell’Unione, nonostante i proclami, non pare abbia strategie istituzionali per il suo proprio assetto e per il suo futuro allargamento” “Globalizzazione, dunque, piaccia o meno. Globalizzazione come intreccio complicato in cui certo i grandi contenitori politico-istituzionali contano, ma conta assai di più il dinamismo complessivo della società e dell’economia e crescono competitori globali dalla fusione tra le grandi corporations. E’ la concorrenza, a molteplici livelli, o il riassetto oligopolistico su scala planetaria.” “Il tempo delle decisioni si avvicina e forse per taluni aspetti si è già fuori tempo massimo: le riforme strutturali si fanno inderogabili in Europa, come molti da tempo ripetono e tra questi a più riprese il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Il punto è che sembra mancare in questo passaggio cruciale ed accelerato quella necessaria sintonia tra il livello delle idee e delle culture politiche e delle conseguenti capacità di governo e di leadership e il livello dell’economia. Certo è una corrispondenza tipicamente europea, ma, proprio in ragione della sua civiltà è e così necessaria in Europa, in misura certamente peculiare. Pur così necessaria questa sintonia oggi risulta assai difficile: ne deriva una impressione di debolezza e di inadeguatezza che la “tangentopoli continentale”, di cui si parla in questi giorni, finisce coll’esprimere in termini efficaci anche alla più distratta opinione pubblica.” “E l’Italia, che spesso si autopercepisce come il vagone più lento di un treno che marcia troppo piano rispetto alla locomotiva americana? Le parole sono sulla bocca di tutti: riforme strutturali, sviluppo della flessibilità nel rispetto dei diritti. Il punto è riuscire a generare e sviluppare comportamenti virtuosi ai due capi del nodo di questa fase storica: quello dei comportamenti individuali e di gruppo e quello delle scelte di governo. Certo resta sempre l’alternativa di Zeno, evocata nei giorni scorsi dal rapporto Eurispes: quel nostro contemporaneo dell’inizio del secolo scorso, che fuma “l’ultima sigaretta” per poi accenderne ben presto un’altra, che sposa la moglie senza averla davvero scelta tra le sorelle, ma portato dalle circostanze. Era, un secolo fa, il complesso di chi vive nell’equivoco perenne tra intenzione e risultato, attese e conseguenze, e si consuma nell’immobilità. Una sindrome così tipicamente europea, che puntuale ritorna, come una malattia invalidante. ” “” “