“E’ interessante il fatto che due filosofi di primo piano, come Derrida e Vattimo, pongano la religione al centro della loro riflessione sulla situazione del nostro tempo”. E’ quanto scrive Gerd Haeffner, sull’ultimo numero di “Civiltà cattolica” (15 gennaio 2000), analizzando le più recenti riflessioni di Jacques Derrida, filosofo franco-algerino di origine ebraica, e di Gianni Vattimo, il noto teorico del “pensiero debole”. I due filosofi, secondo il gesuita, hanno acquisito nei confronti del “ritorno del religioso” una libertà “che permette loro di prendere in considerazione le profonde stratificazioni religiose della nostra cultura, che la moda ha voluto rimuovere, senza sacrificare nulla però di ciò che è proprio della forza analitica della filosofia”. Il termine “secolarizzazione”, in particolare, per l’autore dell’articolo “costituisce l’elemento che collega tra loro i contributi di Derrida e Vattimo”. Al contrario di quanto avviene per Derrida, tuttavia, che attua “una specie di ritorno alla religione che non è stato preceduto da un distacco drammatico”, Vattimo “non fa della religione un tema filosofico, ma parla soltanto della lotta tra due forme di filosofia: l’ermeneutica e la metafisica”. Se, obietta però Haeffner, “è certamente giusto ritenere che la metafisica non possa essere il fondamento della religione, resta il compito di dimostrarlo”. E il “pensiero debole”, come ha anche osservato il Papa, non sembra “sufficiente per assumersi questo compito”. Giovanni Paolo II, in altre parole, “attribuisce alla metafisica un compito e una forza maggiore rispetto a Vattimo, ma possiede anche un altro concetto di metafisica. Non si può dire – conclude il gesuita – che l’ermeneutica come tale sia il linguaggio universale della filosofia moderna, oppure che escluda la metafisica in ogni sua forma”. ” “” “