“E’ sempre una brutta faccenda quando le riforme legislative, soprattutto quelle che riguardano la vita umana al suo inizio, seguono criteri elettorali o pressioni da parte dei mass media”. Commenta in questi termini Antonio G. Spagnolo, dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica, la riforma della legislazione sull’aborto messa in atto dal primo ministro francese Jospin, che ha spostato a dodici settimane effettive dal concepimento la possibilità di abortire su richiesta della donna. “Sul piano etico – continua Spagnolo – questa modifica è poco rilevante: due settimane prima o dopo sono indifferenti rispetto al fatto che una vita umana viene comunque soppressa, qualunque sia lo stadio di sviluppo che ha raggiunto. Non è certo moralmente meno grave eliminare un feto a dieci settimane piuttosto che a dodici”. Secondo il bioetico, invece, “è tutta la filosofia dell’aborto volontario che andrebbe rivista”, attraverso “una maggiore coerenza con le attuali acquisizioni scientifiche sullo sviluppo dell’embrione sin dai primi giorni di sviluppo. La vita intrauterina è solo una fase dello sviluppo della vita umana e nessuna ragione può richiederne l’uccisione diretta sia prima che dopo la nascita”. Per Spagnolo, inoltre, solleva “gravi perplessità etiche” il fatto che la riforma francese “liberalizzi” l’accesso delle minorenni all’aborto, per cui non sarà più necessaria l’autorizzazione dei genitori, ma solo di “un adulto di fiducia”, “magari – commenta il bioetico – quello che ha messo incinta la ragazza”. L’altro fatto grave del provvedimento francese, conclude Spagnolo, è la legalizzazione della “pillola del giorno dopo, che non è una semplice “contraccezione d’emergenza”: “Qualunque intervento che ostacola lo sviluppo dell’embrione, nelle prime ore o giorni o settimane – precisa Spagnolo – è un intervento di uccisione di una vita e come tale dovrebbe essere considerato dalle legislazioni”.