“Vengo a dirvi che Dio vi ama” è stato “il commovente saluto” di Giovanni Paolo II nella sua prima visita al carcere romano di “Regina Coeli” per il Giubileo dei carcerati, commenta Carlo Caviglione in una nota che sarà pubblicata sul prossimo numero del Sir. “E’ proprio nello spirito dell’Anno Santo – spiega don Caviglione che è responsabile per la pastorale sociale della Conferenza episcopale ligure e, in passato, è stato cappellano carcerario – il concetto di liberazione, non solo dai debiti e dalla schiavitù ma anche delle pene meritate per colpe commesse. Il Papa non ha suggerito le modalità concrete dell’atto di clemenza, lasciando ai responsabili politici di prendere la decisione ritenuta più opportuna. Ma intanto ha voluto indicare i criteri o i valori che dovrebbero stare al fondo di ogni possibile indirizzo, tanto di clemenza per i detenuti che di riforma del sistema carcerario”.” “”Giovanni Paolo II – nota don Caviglione – ha sollecitato ‘un progetto di pena detentiva più conforme alla dignità umana’ invitando il personale e i cappellani ad aiutare i detenuti in questa direzione”. Dunque, commenta il sacerdote, quello del Papa è stato “un discorso religioso, ma in chiave profondamente umana e sociale. Non era difficile ai detenuti rendersi conto di quanto, nel bene e nel male, si è tutti solidali. C’è sempre una conseguenza delle nostre azioni a danno o a beneficio di tutti. Anche per questo, il Papa ha ricordato che il carcere non può essere un’isola, che la società crea per poi dimenticarla. Anzi società e carcere si richiamano a vicenda, poiché le cause che portano alla detenzione hanno già la loro origine in una società sbagliata, disattenta o poco solidale, quindi in ciascuno di noi, che spesso guardiamo al carcere con distacco e superficialità o non lo guardiamo affatto”.” “