Le “ampie trasformazioni”, “non ancora del tutto definite nel loro profilo e nella concreta applicazione”, che sta attraversando oggi l’università italiana “sollecitano un ripensamento dei compiti dell’università e dell’articolazione degli ambiti disciplinari, dei percorsi didattici, dei rapporti con le altre istituzioni e con la vita della città”. E’ quanto si legge nel documento “La comunità cristiana e l’università, oggi, in Italia”, curato dalla Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la cultura, la scuola e l’università, presentato oggi a Roma. La “logica dell’efficienza”, per i vescovi, non può costituire “il riferimento principale né esclusivo della riforma”: al primo posto “devono rimanere l’istanza educativa e la risposta alla domanda di formazione”, per riaffermare così la “rilevanza sociale dell’università”. In questo senso, si legge ancora nel documento, “l’incertezza istituzionale in merito alle funzioni che coinvolgono il rapporto tra ricerca, società e mondo produttivo non giova all’università”. Grazie alla logica dell’autonomia, invece, per i vescovi l’università “deve potersi rinnovare come luogo privilegiato di elaborazione di un sapere critico, di una ricerca libera da condizionamenti politici ed economici”. Tutto ciò, “all’interno di un quadro giuridico capace di garantire il controllo e la partecipazione più diretta e responsabile dei soggetti coinvolti, con più trasparenti procedure di decisione e di valutazione”. “L’università ha bisogno di veri maestri”, continua il documento, e il docente cristiano “non attende solo alla ricerca e all’insegnamento: è un educatore”, la cui funzione va “riconosciuta, valorizzata e riscoperta”; va anche promosso il rapporto tra ricerca e insegnamento, “nel quadro delle esigenze poste dalla nuova domanda formativa e dai nuovi modelli di istruzione superiore”. (segue)” “” “