“Stiamo correndo Il rischio di passare dall’emergenza all’indifferenza, dalla paura del contagio e dall’angoscia per i lutti, alla sensazione che poiché l’Aids si può curare efficacemente, è superfluo impegnarsi così a fondo e ‘appassionatamente’ nella lotta al virus Hiv”. E’ l’allarme lanciato da Mariella Orsi, membro della commissione nazionale Aids, durante il convegno promosso dal Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) su “Aids: il prezzo e il valore” che si è svolto ieri a Firenze. Il convegno ha fatto il punto sugli interventi del privato sociale in quest’ambito e su come rispondere al meglio ai numerosi bisogni. Nel primo periodo della comparsa del virus (1981-86), ha osservato Orsi, le persone coinvolte “reagivano con forte senso di colpa e di paura del giudizio del società”, anche perché si parlava di “categorie a rischio” (omosessuali e tossicodipendenti). Nella seconda fase, invece (’87-94) “permane il bisogno di tenere nascosta la propria condizione” e le relazioni interpersonali sono difficili, ma “le terapie offrono qualche speranza”. Nella fase attuale, quella della “cronicizzazione della malattia” e l’avvento delle nuove e più efficaci terapie, osserva Orsi, si verifica “un miglioramento della qualità della vita” ma “paradossalmente il tentativo di ‘normalizzare’ la condizione di sieropositività” conduce ad “una specie di rimozione sociale del problema che sfocia quasi in una generale indifferenza”. Dall’analisi risulta che, mentre sul finire degli anni ’80, c’era un numero maggiore di persone infette che superavano i 30 anni, a partire dagli anni ’90 si abbassa l’età delle persone colpite: il più alto numero di infezioni è tra i giovanissimi (14-20 anni). Anche il rapporto femmine/maschi, a partire dal 1996, passa da una donna ogni quattro uomini a tre su cinque.