In un momento in cui emergono “bisogni sociali sempre più articolati e complessi, in rapida trasformazione e difficili da soddisfare”, serve una legge-quadro sull’assistenza “che non sia tesa a migliorare il modello di welfare esistente, ma che intraprenda la via di individuarne uno nuovo e alternativo”. E’ quanto si legge nel documento “Verso il welfare di comunità”, presentato ieri a Bologna da un gruppo di lavoro formato da Acli, Caritas, Cisl, Compagnia delle Opere, Federsolidarietà, Pastorale sociale e del lavoro) in vista della legge regionale sull’assistenza dell’Emilia Romagna. Le novità del nuovo Stato sociale, si legge nella proposta fatta dalle diverse associazioni, “devono riguardare anzitutto il metodo da assumere nell’affrontare il complesso tema della riforma dell’assistenza e della produzione di politiche sociali”. Si tratta, allora, di “sperimentare un nuovo modo di lavorare”, che “non sia rigido e settoriale, ma in grado di raccordare una pluralità di soggetti”. Il rischio da evitare, sostengono i promotori del documento, è quello di “creare due welfare, uno pubblico di minor qualità e uno privato di maggiore qualità. Il primo per le fasce più deboli, il secondo per la rimanente parte della popolazione”. L’ipotesi percorribile dalla riforma dello Stato sociale, invece, è quella “che prevede un accesso di tipo universale e una partecipazione alla spesa da parte degli utenti in relazione alla condizione economica del nucleo familiare al quale appartengono”. In che modo? Introducendo più “equità”, rispondono le associazioni emiliane, ed elaborando “forme di sostegno e di tutela ai nuclei familiari”. Il modello, quindi, è quello di una “gestione comunitaria” dello Stato sociale, grazie al quale “per le persone, le famiglie e le loro organizzazioni, privato sociale, privato e pubblico promuovano una maggiore giustizia sociale in base alle proprie competenze e responsabilità”.