“La salvezza, che appare duemila anni fa nella vicenda umana, arriva come qualcosa di inedito e di imprevisto: non si presenta come un’ideologia, non è un sistema di interpretazione del reale, non è un mito carezzevole alle nostre orecchie e grato alle nostre fantasie, non è una specie di ‘new age’ ansiolitico e anestetizzante, non è una delle molte illusioni sociali e politiche che ogni tanto si affacciano alla ribalta della storia”: con queste parole il card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, descrive oggi, nell’omelia della messa di inizio dell’anno accademico della locale università, la figura di Cristo, “colui – dice in apertura – che innegabilmente ha segnato di sé l’intera storia dell’umanità”. L’arcivescovo sottolinea che il senso di questo momento liturgico è di “pregare in modo mirato e specifico per quanti insegnano, studiano, lavorano, collaborano a qualunque titolo a ogni ricerca e a ogni verifica, entro la grande famiglia del nostro Ateneo”. La riflessione di Biffi prende le mosse dall’ “appuntamento insolito” del Giubileo col pensiero che “oggi, gli uomini, per quanto lontani dalla pratica religiosa, intuiscono almeno confusamente che quanto è avvenuto duemila anni fa è stato decisivo e provvidenziale: è stato decisivo – prosegue – per la possibilità di scampare alla vanità e addirittura all’assurdo dei nostri fuggevoli ed enigmatici giorni; è stato provvidenziale per l’opportunità, che ci è stata accordata, di vincere lo sconforto e la frustrazione della nostra sorte mortale”. La figura di Cristo si presenta quindi, all’analisi intellettuale, come qualcosa di “provocatorio”. Continua il card. Biffi: “L’umanità di oggi avverte l’improrogabilità che qualcuno dall’alto la salvi, oppure si chiude orgogliosamente in se stessa, si racconta la favola dell’autosufficienza, si affida al miraggio di una felicità ottenuta solo attraverso la scienza, la tecnica, il libertarismo e un umanesimo del tutto intramondano?”. A docenti e studenti, quindi, suggerisce di riflettere sul richiamo che viene dalla figura di Cristo come “archetipo a cui tentare di attenersi”, per fondare un “senso di fraternità”, una “reciproca solidarietà”, un “rispetto vicendevole”.