Gli italiani non hanno una informazione adeguata sulle biotecnologie nonostante questo tema sia diventato negli ultimi tempi più visibile a livello di opinione pubblica. Però, rispetto agli anni precedenti, sono più in grado di operare distinzioni tra i diversi ambiti di applicazione della ricerca “riconoscendo maggiore utilità all’area della ricerca e terapia medica e manifestando invece diffidenza per quanto riguarda l’ambito agro-alimentare”. E’ quanto emerge da un sondaggio sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle biotecnologie, realizzato dall’istituto di ricerca sociale Poster e presentato oggi a Roma in collaborazione con la Fivol (Fondazione italiana per il volontariato). Dall’indagine, condotta su un campione di 1022 persone, risulta che il 64,1% degli intervistati ha sentito parlare di biotecnologie dai mass media negli ultimi tre mesi, tema che evoca l’immagine di un bambino concepito in provetta nel 23,7% dei casi, di una pecora clonata nel 18,9% e di “un pomodoro che non va mai a male” nel 18,9% delle risposte. Ciò che preoccupa – rileva il sondaggio – è “constatare come a questa ampia visibilità del tema non corrisponda un adeguato livello di conoscenza”: “quasi due terzi della popolazione italiana appare caratterizzata da una diffusa carenza informativa”, al punto da pensare che “mangiando frutta geneticamente modificata i geni di una persona potrebbero a loro volta modificarsi” o che “gli animali geneticamente modificati siano sempre più grandi di quelli comuni”. L’applicazione giudicata più utile dal campione intervistato è “l’utilizzo di esami genetici per individuare malattie ereditarie” (84,1%), mentre la più temuta in assoluto è la modificazione dei geni di frutta e verdura (61,9%). L’aspetto su cui tutti concordano (92%) è la richiesta di etichette di riconoscimento per i cibi geneticamente modificati. Gli italiani pensano, inoltre, che la fonte più credibile, “quella che dice le cose più vere sulle moderne biotecnologie”, siano le organizzazioni dei consumatori (35,8%), quindi le organizzazioni ambientaliste (21,1%) e le università (16,2%).