Sono 8.500 in Italia i volontari che operano nell’ambito della giustizia, per un impegno complessivo settimanale di 21.500 ore. Tutte queste persone entrano in contatto ogni anno con 63.000 detenuti e si fanno carico – con progetti o programmi – di oltre 13.300 detenuti, di 3.500 ex-detenuti, di altri 3.500 che usufruiscono di misure alternative o sostitutive e di 4.900 famiglie. Le organizzazioni di volontariato sono 351, di cui il 65,4% si occupa di persone che usufruiscono di misure alternative o sostitutive alla detenzione, e il 55,5% si occupa anche dell’accompagnamento nella fase del reinserimento sociale. Questi i dati che risultano dall’indagine nazionale sulle organizzazione di volontariato nell’ambito della giustizia presentata oggi a Roma, per iniziativa della Conferenza nazionale volontariato giustizia e della Fivol (Fondazione italiana per il volontariato).” “L’indagine distingue tre tipi di organizzazioni: “il volontariato delle piccole dimensioni e dalle ‘mani nude’ – ha spiegato Renato Frisanco, curatore della ricerca -, che opera da molto tempo nelle strutture detentive in sinergia con i cappellani del carcere, che si prefigge di portare conforto e umanizzazione con pochi volontari molto motivati a pochi detenuti, senza scalfire minimamente l’organizzazione carceraria”; “il volontariato dei progetti finalizzati in carcere”, con “interventi di formazione dei detenuti, come possono essere il recupero scolastico o l’alfabetizzazione dei meno scolarizzati, l’allestimento e gestione di una biblioteca…”; e “il volontariato che ha una visione olistica, cioè globale e interconnessa, del problema e delle sue soluzioni”, operando cioe sia nel carcere sia nel territorio, anche attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Dalla ricerca emerge che il 51% della popolazione carceraria è costituito da giovani tossicodipendenti e o da immigrati extracomunitari. ” “