Una moratoria contro le “bombe a grappolo” (cluster bombs), usate dalla Nato nei bombardamenti in Serbia, e l’approvazione del disegno di legge per la costituzione di un Fondo per lo sminamento umanitario. Queste le richieste più urgenti fatte, rispettivamente, alla comunità internazionale e al Parlamento italiano dai rappresentanti della Campagna italiana per la messa al bando delle mine, che hanno organizzato oggi, a Roma, una conferenza stampa in occasione della presentazione internazionale del Rapporto “Verso un mondo libero da mine” (Landmine Monitor Report) versione 2000, a cura dell’omonima Campagna internazionale. Nonostante il numero crescente di governi che aderiscono e attuano appieno il Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-persona (101 ratifiche e 138 firmatari) – è la tesi centrale del Rapporto – dal marzo del 1999 alla metà del 2000 c’è stato “un nuovo utilizzo di mine anti-persona in 20 conflitti armati da parte di 11 governi e di almeno 30 gruppi di ribelli o gruppi non-statuali”. Il ricorso più pesante alle mine antipersona, nel periodo citato, è stato rilevato in Cecenia, specialmente dalle forze armate russe, e nel Kosovo: “L’uso delle mine in Cecenia – si legge nel Rapporto – continua tuttora. Le operazioni di sminamento umanitario in Kosovo devono fa fronte anche ad oltre 15 mila mine a grappolo inesplose lanciate dagli aeromobili della Nato”. Più di 250 milioni di mine anti-persona, inoltre, sono presenti negli arsenali di 105 nazioni, compresa l’Italia: ai primi posti di questa triste graduatoria, secondo i dati della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine, ci sino Cina con 110 milioni, Russia (60-70 milioni), Bielorussia (10-15 milioni) e Stati Uniti (11 milioni).