“Come potrei rimanere in esilio ora che sono stato riconosciuto innocente? Se non tornassi qualcuno potrebbe restare col dubbio sulla mia innocenza”. Spiega così mons. Augustin Misago, vescovo di Gikonkoro, il suo ritorno in Rwanda dopo essere stato arrestato, processato e assolto dall’accusa di genocidio, il 15 giugno scorso. Nella prima intervista concessa dopo la liberazione, mons. Misago rende noto all’agenzia internazionale Fides che l’8 settembre incontrerà il Papa e tra due settimane tornerà nella sua diocesi. “Nel tornare – continua il vescovo – vi sono rischi. L’arresto, l’incarcerazione di un anno, la richiesta di condanna a morte testimoniano la volontà di eliminarmi. Ma io devo tornare. C’è chi ha sostenuto che la mia liberazione è frutto di un accordo diplomatico tra Santa Sede e governo rwandese. Non è così, ma se non tornassi la gente penserebbe che è vero. E poi, soprattutto, in Rwanda c’è la mia gente. I fedeli di Gikonkoro mi aspettano e sono sempre stati dalla mia parte”. Misago ricorda i momenti più duri della sua vicenda giudiziaria: l’accusa pubblica di genocidio, l’arresto, il momento in cui il Pubblico Ministero ha chiesto la sua condanna a morte: “Era ingiusta, anche se innocente ero nelle mani dei giudici”. Ma i momenti più difficili sono stati quelli della malattia: “Ho avuto una grave crisi cardiaca e respiratoria. Ho avuto paura di morire in prigione”. La gioia più grande, invece, il vescovo africano l’ha provata “quando è venuto a testimoniare Jerome Rugema, un ragazzo che ha avuto il coraggio di presentarsi in aula a dire che era vivo, mentre l’accusa affermava che era stato ucciso per colpa mia”. “Il mio caso – conclude Misago – dimostra che nel mio Paese le carceri sono piene di gente accusata senza prove. Se hanno fatto tutto questo a me, mi chiedo cosa può accadere a tanti giovani anonimi, sconosciuti”.