“La globalizzazione non deve essere una nuova versione di colonialismo”: lo ha detto oggi il Papa, ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Il mercato, inteso come “nuovo meccanismo di scambio”, per Giovanni Paolo II è diventato “il mezzo di una nuova cultura”, spesso “invasiva”, che “riduce sempre più lo spazio a disposizione della comunità umana per un’azione volontaria e pubblica ad ogni livello”. Il mercato, in altre parole, “impone il suo modo di pensare e di agire, e detta la sua scala di valori sui comportamenti”. In questo modo, è la tesi del Papa, la globalizzazione spesso “rischia di distruggere” le culture esistenti, sollecitando “l’adozione di nuovi stili di lavoro, di vita e di organizzazione comunitaria”. Ma i danni più gravi sono quelli alla dignità della persona umana, ha osservato il Papa riferendosi alle scoperte nel campo biomedico, che spesso trovano i legislatori impreparati: “La ricerca stessa – ha lamentato il Pontefice – è spesso finanziata dai gruppi privati e i suoi risultati sono commercializzati perfino prima che il processo di controllo sociale abbia avuto la possibilità di rispondere”. Ci troviamo di fronte, in questi casi, “ad un incremento prometeico di potere che va al di là della natura umana, fino al punto che lo stesso codice genetico umano è misurato in termini di costi e benefici”. Di qui la necessità, per il Papa, di “un comune codice etico”, che parta dalla consapevolezza che “non tutte le forme di etica sono degne di questo nome”, ma solo quelle che hanno di mira “la salvaguardia di tutto ciò che è umano, in ogni sistema”. La ricerca di un codice etico comune, ha concluso Giovanni Paolo II, è “indispensabile” se non si vuole fare della globalizzazione solo una forma di “relativizzazione dei valori e di omogeneizzazione degli stili di vita e della cultura. In tutte le varie forme culturali, gli universali valori umani devono essere la forza trainante di ogni forma di sviluppo e progresso”.