COTTIER, BORRMANS E CAGNASSO: IL DIALOGO INTERRELIGIOSO PROSEGUE

“La premessa del dialogo con i ‘nostri fratelli maggiori’ non è tanto un approfondito studio biblico-teologico, quanto piuttosto l’autentica amicizia e la sincera comprensione per le ferite che essi hanno subito nel corso dei secoli”. Lo ha detto oggi a Roma il teologo padre Georges Cottier intervenendo alla XLVIII Assemblea nazionale dell’Usmi su “Le religiose in un mondo dalle molte religioni” in corso fino a domani presso la Pontificia Università Urbaniana. Ripercorrendo alla presenza di 700 delegate i passi più significativi del dialogo tra ebrei e cristiani – dalla “Nostra aetate” fino alla preghiera di Giovanni Paolo II al Muro del pianto a Gerusalemme, senza tralasciare la visita dello stesso Pontefice alla sinagoga di Roma nel 1986 -, padre Cottier ha richiamato il valore della “pazienza, della perseveranza che non si scoraggia di fronte ad un processo i cui tempi non possono essere immediati come richiederebbe invece il nostro sistema mentale”. Sul rispetto “per la coscienza individuale dei musulmani che va stimolata a sviluppare la propria autonomia” si è soffermto padre Maurice Borrmans ad avviso del quale “l’Islam rappresenta un sfida ‘mistica’ per l’Occidente” che richiama il cristianesimo alla sua più autentica vocazione, “al recupero delle radici e della forza della Chiesa delle origini”. Carità e ricchezza di vita spirituale: è quanto richiesto alle religiose (in Italia 81mila appartenenti a 627 congregazioni) “per suscitare nei cuori e nelle coscienze dei musulmani la domanda: ‘Chi è colui che vi spinge a fare tutto questo per noi?'”. Di fronte al variegato mosaico delle cosiddette religioni “dell’Oriente”: buddismo, induismo, scintoismo e confucianesimo, per citare soltanto le maggiori, che “in un’epoca di pensiero debole incapace di metafisica” rispondono al diffuso bisogno “di personalizzare la propria ricerca religiosa attraverso un’esperienza che liberi dagli affanni del vivere”, padre Franco Cagnasso del Pime ha auspicato un nuovo modo di annunciare il Vangelo, peraltro già “risuonato nell’appello dei vescovi durante il Sinodo per l’Asia del 1998”. Un approccio, ha spiegato, valido anche per l’Occidente, “che non è rinuncia alla verità, ma introduzione progressiva e sperimentale ad essa, una pedagogia che parta dal cuore e dalla vita” nella quale la croce “appaia non come sofferenza fine a se stessa, ma quale massima espressione dell’amore di un Dio che apre le braccia per acogliere tutta l’umanità”.