Il 2001 per l’Italia è stato “un anno spaccato in due”. Crolli di borsa, federalismo, elezioni, fatti di Genova: tutto questo fino al termine dell’estate. Poi gli attentati dell’11 settembre hanno modificato radicalmente il corso degli avvenimenti: i ricercatori del Censis, per il Rapporto 2001 sulla situazione sociale del Paese, hanno tentato di registrare il mutato “clima dell’Italia tra ottobre e novembre”: “Abbiamo trovato un Paese freddo – ha riferito il segretario del Censis, Giuseppe De Rita, presentando questa mattina a Roma il Rapporto 2001 – un Paese che, in qualche modo, non si è fatto coinvolgere fino in fondo dagli eventi drammatici, non si è sentito ingaggiato. E’ rimasto nella sua ordinaria quotidianità”. ” “Quali le ragioni di tale reazione? “Una società come la nostra – rispondono i ricercatori del Censis – da sempre giuocata sul primato della quotidianità avverte che nel contrastare il terrorismo anche le nazioni militarmente più possenti devono invitare la popolazione a difendere la quotidianità”. Gli attacchi dell’11 settembre, ha spiegato De Rita, hanno messo “l’incertezza al centro”. E’ stato colpito “il cuore del sistema”: il cuore finanziario, politico, giuridico, culturale, così sono venute meno tutte le certezze che esso garantiva. Le grandi città, le capitali, i centri di controllo dall’11 settembre si sentono in pericolo: la periferia diventa così il luogo delle certezze. Oggi, si legge nel Rapporto, “le inquietudini vanno ad insediarsi al centro e una maggiore stabilità tende a dislocarsi lontano, quasi ai margini, nei localismi, come nelle imprese o persino nei singoli individui”. I ricercatori del Censis riassumono questa considerazione con un’immagine: “Bevagna in guerra è un’immagine improponibile. Bevagna come Ceva o Avigliano, come le migliaia e migliaia di realtà locali oggi inerzialmente decise a difendere la loro vita ordinaria, la loro relazionalità in orizzontale, la loro antica qualità della vita”. ” “