Un impegno ad aprire gli archivi e a fare chiarezza “sulle zone d’ombra che ancora sussistono” sull’atteggiamento della Svizzera (in particolare “delle imprese e delle banche”), negli ultimi anni di apartheid in Sudafrica è stato preso dai vescovi svizzeri, che hanno reso noto oggi le conclusioni della 254ª assemblea ordinaria che si è svolta a Bad Schonbrunn, Edlibach (Zurigo) dal 3 al 5 dicembre. Una delegazione di vescovi svizzeri si è infatti recata di recente in Sudafrica e ha riferito in assemblea degli incontri avuti con vittime dell’apartheid, con rappresentanti della Chiesa, della società civile e delle istituzioni locali, tutti coinvolti nel lavoro di ricerca della verità e della riconciliazione: “Sono state date molte informazioni sull’atteggiamento della Svizzera, in particolare delle imprese e delle banche, durante gli ultimi anni di apartheid. Queste dichiarazioni devono essere prese in esame” scrivono i vescovi. Per questo la Conferenza episcopale svizzera rende nota la disponibilità “ad aprire i suoi archivi”. E per “chiarire le domande che vengono dal Sudafrica e misurarne la portata politica ed etica” hanno incaricato la propria Commissione giustizia e pace di seguire i lavori e dialogare con l’omologa commissione sudafricana. I vescovi hanno anche deciso in assemblea di istituire un “Gruppo di lavoro sull’Islam” come “importante strumento per promuovere il dialogo interreligioso nel nostro Paese” e un “Gruppo di lavoro sulla bioetica” come strumento di consulenza per i vescovi. Altri appelli sono stati fatti dai vescovi a favore di una soluzione al problema degli stranieri irregolari e in vista del referendum del 3 marzo 2002 durante il quale la Svizzera dovrà decidere se aderire o meno alle Nazioni Unite, ipotesi appoggiata dalla Chiesa che guarda all’Onu come “strumento indispensabile alla realizzazione del bene comune su scala planetaria”.