Mettere in atto una “solidarietà creativa” con i poveri e gli emarginati del mondo, soprattutto con i Paesi africani, assicurandosi che i fondi derivanti dalla riduzione del debito estero siano effettivamente investiti a favore dei poveri nell’educazione e nela sanità: è l’appello lanciato ieri da mons. Renato R.Martino, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, durante l’assemblea plenaria dell’Onu sul tema “Le cause dei conflitti e la promozione di una pace e di uno sviluppo duraturo in Africa”. Parlando della difficile situazione africana mons. Martino ha ricordato che in in quei Paesi, condizioni di fondo per lo sviluppo e la pace sono, tra l’altro, “l’instaurazione di una democrazia partecipativa”, “il rispetto dei diritti umani” e delle libertà fondamentali. “Assetata di pace – ha detto mons. Martino – l’Africa è alla ricerca di una riconciliazione tra le sue differenti componenti a livello locale, nazionale, regionale e continentale”. Su questo tema un ruolo importante, ha suggerito mons. Martino, può essere svolto dalle comunità religiose, poiché capaci “di risvegliare le coscienze, essere luoghi di riconciliazione e perdono”. Altro problema cruciale è la questione del debito estero dei Paesi africani: apprezzando gli sforzi delle istituzioni finanziarie internazionali e delle Nazioni Unite nell’elaborare strategie di lotta alla povertà, mons. Martino ha però richiamato “l’urgenza”, di prendere “delle misure appropriate per assicurare una reale collaborazione tra i governi e la società civile”, per “non soffocare la voce di milioni di poveri ed emarginati”. Si tratta, in particolare, “di assicurarsi che i fondi provenienti dalla riduzione del debito” siano investiti nella sanità e nell’educazione. Anche qui diventa importante il ruolo delle comunità religiose, “in prima linea nella difesa degli esclusi”. In questo senso esse “possono assicurare, specialmente in Africa”, che questo denaro arrivi loro “attraverso un movimento di solidarietà vissuta”. “E’ anche auspicabile – ha concluso – che le condizioni d’accesso a questo programma siano più flessibili e che venga aumentato il numero dei Paesi beneficiari di questa iniziativa, tenendo conto in particolare dei Paesi in guerra”.