Il cristiano, nel mondo, non può essere “uno, nessuno e centomila”, ma “una persona che coltiva nella propria esperienza l’unità tra fede e vita”. Lo ha detto mons. Renato Corti, vescovo di Novara e vicepresidente della Cei, intervenendo oggi all’incontro “Il cantiere del progetto culturale”, in svolgimento a Roma (fino a domani). Per il vescovo, infatti, “la contraddittorietà a cui i credenti sono esposti non è solo quella dovuta alla debolezza di fronte alle tentazioni, ma anche quella di accettare come inevitabile una specie di ‘schizofrenia’ nella propria esistenza”, che deriva “dalla rinuncia alla possibilità di unificazione profonda di sé stessi”. Anche i cristiani, insomma, per Corti “respirano quest’aria nella post-modernità”, in gran parte dovuta alla “frammentazione”, che sembra creare “una situazione senza via d’uscita”. In un tempo in cui “non solo la Chiesa, ma anche Cristo viene messo in discussione”, il cristiano deve essere, al contrario, “capace di dire con efficacia la Buona Novella di Cristo”. Talvolta, ha lamentato invece Corti, “le nostre parole su Cristo sembrano vuote, ovvie, inutili per vivere, perché non sappiamo esprimere in modo illuminato ed eloquente che cosa significhi per Cristo nascere, amare, soffrire, morire…”. Di qui la necessità, ha osservato il vicepresidente della Cei riferendosi agli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il prossimo decennio (che dovrebbero essere approvati a maggio, nel corso della prossima Assemblea della Cei), di “ripensare l’originalità della missione cristiana, rileggendo punto per punto la figura storico-concreta del nostro lavoro pastorale, per domandarci se è questa la prospettiva giusta per la nuova evangelizzazione”. Il compito della Chiesa del futuro, ha concluso Corti sintetizzandone l’impegno, è quello “di vivere la missione con l’ampiezza della missione di Cristo, che è poi la stessa ampiezza dell’umanità”.