Si dice “dispiaciuto” per la mancata accoglienza, da parte del Parlamento, di un gesto di clemenza nei confronti dei detenuti – come proposto da Giovanni Paolo II – padre Michele Simone, in un articolo apparso sull’ultimo numero della rivista “La Civiltà Cattolica”, a commento del discorso tenuto dal procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Francesco Favara, il 12 gennaio scorso, all’apertura dell’anno giudiziario. Riguardo al gesto di clemenza, “purtroppo – osserva padre Simone -, nonostante il lavoro della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana, oltre che di molte associazioni, cattoliche e non, le motivazioni politiche hanno avuto il sopravvento su un provvedimento che avrebbe aiutato, tra l’altro, anche a risolvere alcune tensioni presenti nei penitenziari”. Simone giudica positivamente il discorso di Favara apprezzandone “l’atteggiamento e le indicazioni propositive”, ad alcune delle quali il Parlamento ha già dato risposta approvando la nuova legge sui collaboratori di giustizia, il “Pacchetto sicurezza” e la nuova pianta organica che aumenta di mille unità il numero dei magistrati. “L’auspicio – continua il gesuita – è che il Parlamento riesca a condurre in porto gli altri provvedimenti in tema di giustizia”. “La maggioranza dei magistrati si applica con professionalità, passione e intensa dedizione al proprio lavoro – constata – . Ma non sarebbe cosa del tutto peregrina aprire una riflessione sulla determinazione dei criteri di produttività, da applicarsi nella salvaguardia totale dell’autonomia della Magistratura”. Oltre ai criteri di produttività, Simone tocca anche il tema della obbligatorietà dell’azione penale: “Siamo contrari ad interventi del Governo o del Parlamento, che rischierebbero di limitare l’indipendenza della Magistratura, ma il Consiglio superiore della magistratura potrebbe ‘consigliare’, ad esempio, ogni due anni ai pubblici ministeri di dare la precedenza ad alcuni reati, lasciandoli poi liberi di decidere”.