ISRAELE: SHARON, LA REGOLA E L’ECCEZIONE – Pubblichiamo la nota “Toscana Oggi” e Sir, firmata da Romanello Cantini, sui risultati delle elezioni in Israele

“Mai come negli ultimi cinque mesi la Palestina è stata così prossima alla guerra e così vicina alla pace. Sembrava che alla fine il frutto dell’accordo potesse nascere proprio in mezzo al concime della violenza. Ma alla fine questo parto doloroso non è avvenuto. Sono rimaste le doglie senza il bambino e per questo Barak è stato cacciato.
Nonostante le sue contraddizioni, la sua presunzione, la sua impoliticità, Barak aveva concesso quanto non era mai stato concesso dai suoi predecessori. Aveva rotto il tabù di Gerusalemme indivisibile, aveva rinunciato a molte colonie ebraiche, in parte aveva aperto anche sul pesante problema dei profughi. O all’altro lato anche Arafat mai aveva chiesto tanto, convinto che il monsone dell’Intifada e il clima internazionale rendevano il tempo propizio al successo.
Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). Ancora una volta il vecchio detto latino si è rivelato infausto. Alla fine la violenza non ha prodotto, ma ha sepolto la pace. Da una parte e dall’altra non ci si è voluti rassegnare all’idea che ogni pace presuppone un armistizio, che dalle canne dei fucili non possono nascere fiori.
Paradossalmente mentre la pace faceva qualche passo, la violenza correva in quantità e in qualità. Non solo i quasi quattrocento morti caduti per così dire sul campo, anche se stramazzavano sull’asfalto. Ma l’eliminazione fisica dei presunti terroristi da un lato e il linciaggio e l’esecuzione in piazza fra gli applausi dell’altro.
Nel binomio magico “pace e sicurezza” alla fine le presunte esigenze di sicurezza si sono mangiate tutte le residue possibilità di pace.
Quando le colombe si tingono di nero, è inevitabile che arrivino i falchi autentici. Ora il “falco” Sharon ha in mano una situazione ancora più esplosiva e più carica di tensione di prima anche se sul fronte palestinese è sembrata prevalere la vecchia tendenza estremista e suicida del “tanto peggio, tanto meglio”.
Di Sharon non si sa che cosa sia disposto a concedere. Si sa invece ciò che non metterà mai in discussione: Gerusalemme e le colonie ebraiche. Ce ne è abbastanza per promuovere la guerriglia in guerra aperta. A meno che le divisioni del parlamento israeliano, la pressione internazionale, il disimpegno sostanziale degli altri stati arabi non inducano a più miti consigli. È accaduto altre volte che leader conservatori fossero costretti a fare scelte avanzate. Ma l’eccezione non fa la regola. Forse salvo che in Palestina, terra in cui bisogna sperare ad ogni costo, che tornino ancora nel 2001 ad accadere miracoli”.