“La proposta di equiparare lo sfruttamento della prostituzione alla riduzione in schiavitù è passata con una certa rapidità e facilità. Ci auguriamo che passi anche in Aula prima della chiusura della legislatura”. Questo l’auspicio di Pino Gulia, responsabile Ufficio Immigrazione della Caritas italiana, a proposito dell’approvazione, da parte della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, della legge sulla tratta di donne a scopo di sfruttamento sessuale. “L’Italia – prosegue Gulia – potrebbe essere una delle prime nazioni a portare questa ulteriore novità nella legislazione. Già l’articolo 18, presente nella legge sull’immigrazione, prevede la tutela delle vittime della schiavitù e il contrasto della criminalità che organizza queste forme di sfruttamento ed è un testo unico a livello europeo (c’è solo la legislazione belga che è simile). Quindi questa ulteriore proposta di legge, prevedendo pene più severe e crescenti se si aggiunge il reato associativo, elimina la possibilità di patteggiamento e incentiva ancora di più un’azione internazionale decisa ed efficace, anche da parte degli altri Stati, europei e non, collegati con l’Italia per la lotta al traffico di esseri umani”. “È deplorevole – conclude Gulia – che nel terzo millennio, ci ritroviamo ancora spettatori di un fenomeno come la schiavitù, che coinvolge migliaia di donne immigrate – alcune poco più che bambine – costrette a prostituirsi da organizzazioni criminali italiane e straniere che hanno inventato ogni forma di ricatto pur di offrire ‘merce umana’ sul mercato del sesso. Questo scandalo deve farci riflettere sul modello educativo dominante, che permette di mettere sulla strada donne e minori e consumare il ‘sesso schiavo’ senza che la coscienza collettiva si ribelli”. Su questo tema la Caritas italiana ha promosso dal 1995 un Coordinamento nazionale a cui aderiscono Uisg, Usmi, Fondazione Migrantes-Cei e Gruppo Abele. Attraverso i centri del Coordinamento sono passate, nel 2000, oltre 4000 donne sfruttate, molte rimaste in Italia, altre riaccompagnate nei Paesi di origine con progetti mirati di reinserimento.” “” “