“Il conflitto in Sierra Leone è di natura economica: riguarda in particolare il commercio di diamanti da parte di alcune grandi compagnie internazionali. Per questo è risolvibile facilmente, senza soluzioni militari. Quindi chi ha potere di intervenire lo faccia presto, soprattutto per riuscire a liberare altri bambini soldato”: è l’appello lanciato oggi a Roma da mons. Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni, in Sierra Leone, in questi giorni in Italia per descrivere i frutti dell’iniziativa, avviata nella sua diocesi in collaborazione con l’Azione cattolica italiana, di liberare e recuperare i bambini soldato: in tutta la Sierra Leone sono circa 10.000 e militano nelle truppe dei ribelli. Nel corso del 2000, da quando cioè è stato firmato l’armistizio, i centri di accoglienza “Interim care center” hanno accolto infatti 1.000 bambini, dando loro alloggio, istruzione, cure sanitarie, formazione professionale. Circa 700 bambini sono stati riscattati e liberati, altri 500 frequentano le scuole primarie e 150 sono stati avviati al lavoro. Secondo mons. Biguzzi “questo conflitto non è basato su ragioni religiose, visto che la Sierra Leone è un esempio di armonia e tolleranza tra musulmani e cristiani, né su fattori tribali, perché non ci sono mai stati scontri tra tribù. L’oggetto d’interesse è il traffico di diamanti, che è sotto il controllo dei ribelli. Le grosse compagnie riescono ad averli a prezzi stracciati”. Per risolvere questa situazione mons. Biguzzi suggerisce di “intervenire con delle leggi che proibiscano la vendita e lo scambio di diamanti provenienti dalle zone di guerra; applicare l’embargo a quei Paesi, come la Liberia e il Gambia, che non accettano queste forme di controllo; pretendere dalle industrie diamantifere che i diamanti smerciati abbiano un certificato d’origine autentico”.