Una "integrazione economica globale equa" deve basarsi sul concetto di "lavoro decente", che "sottolinei gli aspetti qualitativi del lavoro e le sue connessioni più profonde con la dignità umana". Lo ha detto mons. Diarmuid Martin, Osservatore permanente presso le Nazioni Unite, intervenendo all’89a sessione della Conferenza generale del lavoro, svoltosi a Ginevra nei giorni scorsi. Ricordando i 20 anni della "Laborem exercens", Martin si è soffermato sul significato del lavoro e ha ribadito che "non sono né la tecnologia né il mercato il soggetto primario del lavoro, ma la persona umana. Oggi ci rendiamo conto come mai prima che la forza decisiva nella produzione non è il capitale, ma la persona umana e la sua conoscenza, creatività e capacità di innovazione ed organizzazione". Di qui l’impegno, ha sottolineato l’esponente vaticano, "non soltanto ad incrementare la quantità di lavoro", ma a promuoverne la qualità, anzitutto eliminando il lavoro forzato e "le peggiori forme di lavoro infantile". "Le strategie che incrementano la produttività e la competitività ha affermato Martin non sono incompatibili con un miglioramento della qualità del lavoro", che deve puntare ad "una reale preoccupazione per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, in qualunque parte del mondo essi vivano". Nell’attuale situazione economica, ha concluso il relatore, "dobbiamo assicurarci che i lavoratori e le loro famiglie non siano sproporzionalmente esposti agli effetti delle crisi economiche esterne": la lotta alla povertà, quindi, diventa oggi "l’obiettivo dominante della cooperazione intergovernativa in favore dello sviluppo".