Dopo che la proposta sulla Tobin Tax è naufragata in Parlamento, l’economista Riccardo Moro auspica, in un’intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del Sir, "che se ne continui a parlare soprattutto nelle sedi internazionali, e in sede nazionale sia slegata dall’ideologia e dalle logiche maggioranza/minoranza". "A noi interessa che cresca il dibattito – afferma Moro, che è tra i coordinatori della Campagna ecclesiale per il debito estero e dell’incontro delle associazioni cattoliche in vista del G8 – perché tutto il mondo politico italiano e internazionale si possa appropriare in modo corretto di questa materia per individuare una regolamentazione adeguata, così come è capitato per il debito estero. Il problema è far crescere una sensibilità che arrivi a proporre questa tassazione in tutte le aree del cosiddetto mondo industrializzato. In questo modo la tassa può avere efficacia". Riconoscendo che l’applicazione della Tobin Tax solo in Italia sarebbe inefficace, Moro indica, quali sedi opportune per il dibattito, "l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le Nazioni Unite". "L’obiettivo della Tobin tax spiega – non è procurare denaro per finanziare sviluppo, ma concorrere a regolamentare i mercati finanziari. Il movimento di capitali senza regole non fa grossi effetti sulle borse e sui mercati finanziati europei, nordamerica e giapponesi. Ma in Argentina, Turchia, Indonesia e nei vari Paesi emergenti può provocare scompensi molto violenti. Ed è quello che continua a capitare in questi Paesi". Al contrario, precisa Moro, la proposta del ministro degli esteri Renato Ruggiero di impegnarsi a devolvere ai Paesi poveri lo 0,7% del Pil, precisa, "non è un’alternativa alla Tobin tax ma un impegno da mettere in atto comunque", preso da "tutti i Paesi durante la Conferenza internazionale di Copenaghen del ’95 per raggiungere gli obiettivi suggeriti dall’Ocse di riduzione della povertà, innalzamento del livello d’istruzione, ecc". "Solo Olanda, Norvegia e Danimarca finanziano con lo 0,7 e lo 0,9% del Pil – ricorda l’economista -. L’Italia, come la maggior parte dei Paesi, è allo 0,2%".” “” “