Per la prima volta un Papa ha messo piede in una moschea. Se si trattasse di una gara nella storia, a Giovanni Paolo II si dovrebbe aggiudicare un nuovo primato. Dopo il suo non meno eccezionale ingresso in una sinagoga, quella di Roma, ora il suo piede, vacillante ed incerto, ha varcato anche la soglia di un tempio islamico e proprio là dove una moschea si era sostituita nei secoli ad una prima chiesa, dove si custodisce – secondo la tradizione – la testa del Precursore, quel Giovanni Battista che viene venerato anche dai fedeli di Allah. ” “Evidentemente, in nome del Vangelo, questo Papa non conosce né limiti né frontiere. Un Papa pellegrino sui luoghi di San Paolo, ma come il grande apostolo, portatore di Cristo con i mezzi moderni di evangelizzazione. Ora l’areopago non è più quello di Atene, l’antica capitale della cultura, ma il mondo intero, fin dove arrivano le antenne che portano voci e immagini. Un messaggio di pace, di intesa tra i popoli e le religioni, che varca ogni confine. Tutti i media del mondo hanno commentato quel suo passo incerto. Il piede del Papa che si è incespicato due volte, infilato nella prescritta pantofola rituale. Un gesto anche esterno ma significativo di rispetto per la fede degli altri, quella doverosa considerazione da cui solo può nascere una concreta intesa ecumenica. “Questa eroica marcia massacrante – è stato scritto – ha ingigantito agli occhi dei presenti – se possibile – la figura di Woityla. ” ” Ma non è per sé che il Papa si è introdotto in quel tempio, non per il suo prestigio personale ha compiuto ancora questa fatica. Tutti sappiamo che l’ha fatto in una visione più universale. Non solo perché la Chiesa deplori di fronte al mondo gli errori commessi in passato, ma – soprattutto – con lo sguardo rivolto al futuro. Un futuro che non abbia più i tristi connotati delle guerre di religione, ma nel quale si avveri la previsione profetica di Isaia: che le spade si mutino in falci. Che tutti gli uomini, a qualsiasi religione o razza appartengano, si sentano davvero figli dello stesso Padre. A prescindere dal nome con cui invocano l’unico Dio. Musulmani ed ebrei, cristiani cattolici ed ortodossi abbiano la forza e l’umiltà di trovare punti di intesa e di riconciliazione. “Non ci sarà mai più conflitto tra le nostre comunità” ha promesso il Papa a Damasco: “Una migliore comprensione reciproca porterà a un modo nuovo di presentare le nostre due religioni non in opposizione, come è accaduto fin troppo nel passato, ma in collaborazione per il bene di tutta la famiglia umana”. Quindi non più le religioni motivo di contrasto, ma portatrici di pace. C’è motivo di credere che, come sempre, anche questa volta più delle parole contino i fatti, Un episodio, questo episodio, che resterà nella mente e nel cuore di milioni di musulmani e di cristiani in tutto il mondo. Forse avrà davvero la forza di dare inizio ad una visione nuova dei rapporti tra le culture e le fedi. Una visione che vinca ogni genere di fanatismo e di fondamentalismo. Un primo passo, certo, che non bisogna caricare di troppe, esagerate attese. Ma sempre un passo decisivo, importante sulla via della speranza”. ” “